Il vento fa il suo giro - Giorgio Dritti

Se un film riesce ad avere la forza trascinante di un libro. Di solito accade il contrario. Da un libro si crea un film, quasi ne fosse una costola naturale ed organica. Un prolungamento naturale.

Questo è un film ipnotico. Di montagna e di altro. Di tradimento, violenza, cattiveria, invidia, e bellezza che toglie il fiato come un orgasmo. E’ ambientato a Chersogno, un minuscolo pugno di case ed occhi, animali e fiori nelle Alpi Occitane. Philippe arriva con la sua famiglia ed i suoi formaggi. Prima lo accolgono con le torce accese la sera, e lo sguardo sembra incontrare un presepe vivente. Poi cominciano ad odiarlo ed il paese si spacca in due come una mela. Due fazioni e due mondi. C’è una sensazione strana in questo film che hanno cominciato a distribuire in DVD quest’anno. E’ girato con attori naturali, cioè tutta gente del posto, a parte il protagonista e forse qualcun altro. E’ la percezione che la vita, comunque la giri, è come un astragalo. Non si posiziona mai dove vorresti.

Philippe è un pastore con una bella moglie e tre bambini piccoli. Non fa vacanze, fa formaggi. E cerca un luogo dove la natura non sia ancora infetta, o sia ancora un posto al sole, illuminato bene. Philippe cerca un mondo dove le greggi possano pascolare senza problemi. Cerca una riserva indiana. Sembra che la trovi. Quel paese così piccolo sembra dischiudersi da una difficoltà comunicativa fisica. E’ come vedere una pietra rompersi piano, quasi sbriciolarsi. I suoi abitanti superano con difficoltà una diffidenza fatta di pietre e secoli. E’ una diffidenza che viene dalle montagne, dai percorsi guardinghi compiuti sulle vie del sale, con l’occhio attento a scorgere il pericolo nella nebbia o dietro il passo.
Il mondo di Chersogno è bellissimo a livello fotografico o per andarci a vivere le ferie estive. Se ci si vive ma non si è del luogo, può diventare un nido di vipere velenosissime.
Nel film si realizza la vita per intero. Le stagioni vengono fatte scorrere tutte. Così anche le immagini sempre colte con un occhio sensibilissimo che captano i momenti più delicati delle giornata, danno una panoramica delle Alpi Occitane. Un mondo quasi azzurrato dal sole quando le giornate sono limpide, e dove l’occhio corre senza trovare un limite del cielo, una chiusura che cinga lo sguardo e lo delimiti.
La parte dolorosa – ma è quella più vera – parte nel momento in cui la vita vera, quella legata alla mentalità chiusa, ottusa e camusa degli abitanti si scatena come la natura. Senza limiti e senza regole. Selvaggia ma raziocinante nel desiderio di espellere un corpo estraneo dalla propria pancia.

Giorgio DrittiLe invidie si fanno sotto. Dalle lettere anonime alle voci sussurrate in continuazione. Il colpo più forte, quello da trecento scudi viene dato a Philippe dalla persona più vicina a lui, la bella e sensuale moglie. Che ha qualcosa di puttanesco già nelle movenze ma che non ti aspetti subito con quei tre figli che sembrano un usbergo all’infedeltà. Ed anche quel tradimento, in un contesto così forzato e così violento, diventa una conferma della rottura delle acque. Che quando si smuovono, non puoi pensare al fatto che possiedano una ragione a dominarle e che dica loro di controllarsi, avanti signori ma uno per volta. No, la disgrazia non ha confini razionali, non possiede steccati cartesiani intorno a sé. E’ invece il ballo notturno della follia, e dell’amore quando spacca il cuore.
La scena della danza occitana, durante la festa dell’estate, è un momento gagliardo di sensualità fortissima, di inaudita forza umana. E’ un baccanale sottile che diventa la consapevolezza del tradimento consumato da chi ti è più vicino e non sai cosa fare.

Uno sguardo di Philippe che vede la moglie a cavalcioni dell’amante mentre corre per le vie strette e sassose del paese, vale un intero trattato di psicologia. E costituisce la realizzazione di una sorta di film dentro il film, quasi a far capire allo spettatore che qualcosa lì non va. Che c’è del torbido anche tra il marito e la moglie.
Forse il tradimento non serviva, anche perché non ha una giustificazione cinematografica e narrativa di logica. Ma il tradimento si può spiegare ? Nella vita gli si può dare una giustificazione razionale ?
Mi viene in mente Breve la vita felice di Francis Macomber dove una moglie puttana è tale per l’ignavia e la codardia di un marito che subisce e non riesce a liberarsene. Quando lo fa, per una dose di coraggio che la vita gli offre all’improvviso quasi un dono insperato, Macomber muore.
Qui non muore nessuno, o meglio, uno che muore c’è. E così in una pellicola ci sta tutta una vita, e cento storie attorte, anzi attorcigliate insieme come in un centone che usavano per coprirsi proprio su quelle  montagne.
Ci vuole un occhio sapiente per catturare quelle montagne così bene. Per farne ritratti così limpidi e fedeli. Ci vuole qualcuno con un’idea assolutamente originale per inventarsi una storia così.

 

Il film è in originale, ossia in lingua occitana e quindi avrete bisogno dei sottotitoli per orientarvi meglio nei dialoghi. Anche se esiste un filo conduttore grazie al quale il film non lascia mai chi guarda senza un ansito interiore. Fredo Valla ha scritto una storia di montagna, ma soprattutto di un’umanità che avrebbe dovuto concentrare nelle pagine di un libro. Non si tratta di un film soltanto, quindi. Si parla piuttosto di un film dove la forza dei caratteri e delle persone è terra da prendere in mano. E’ un vento dove le passioni sono cuore, polmoni, cervello e sperma. E’ la vita che fa il suo giro e torna sempre dove era prima. E’ una vita dove il vento fa sempre ciò che vuole. E noi ci stiamo sotto. Quando l’uomo fa dei progetti, Dio sorride.
Questo è il Suo film.

 

Informazioni Aggiuntive Sul Film

Titolo: Il vento fa il suo giro

Regia: Giorgio Dritti

Soggetto: Fredo Valla 

Paese: Italia

Anno Pubblicazione: 2005

Colore, 110 minuti

Note: Scritto da Giorgio Diritti e Fredo Valla da una storia di Fredo Valla.

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