The Fatal Game di Mark Whetu

Siamo nel 1994 (addirittura prima della grande tragedia di Aria Sottile) la guida neozelandese Mark Whetu e il suo ckiente Mike Rheinberger si sipingono sulla vetta del Monte Everest ma capiscono troppo tardi che si è fatto tardi. Mike Rheinberger dopo sei tentativi di conquista dalla vetta, ossessionato dalla sua conquista decide di proseguire.

Insomma per ora uno dei documentari più duri e difficili da vedere, è l'incontro con la morte. E' un contenuto crudo, doloroso che porta con se il tema più dibbattuto nel mondo dell'alpinismo estremo.

Si capisce fin dall'inizio come finirà il racconto eppure hai tempo di familiarizzare con i protagonisti. Sai fin dall'inizio che alle fatalità del destino non c'è scampo. Mike Rheinberger va in contro al proprio destino senza alcuna possibilità di scampo.

Per un insieme di conicidenze e fatalità Mark Whetu si trova costretto ad abbandonare il proprio cliente. Riesce a scendere ma a causa del congelamento perde le dita di entrambe i piedi.

Quello che stupisce di questo video è come (nella coscienza di Mark Whetu) sia stato possibile fare una ricostruzione di questo documentario. Lui stesso dice di essere stato peseguitato dal rimorso eppure nelle scene finali ci sono delle inquadrature inquietanti. Qualcuno lo riprende mentre sta steso al sole in attesa della guarigione dei piedi. Beve pensieroso in atteggiamento di gueriero sofferente.

Stupisce il fatto che tutto questo sia stato "sfruttato" per raccontare la storia di un fallimento annunciato come fosse invece l'epopea eroica di un combattente.

E' vero probabilmente che non fu colpa di nessuno (opinabile) ma vero è che farne un documentario dove si vede cadere in ginocchio un uomo che sta andando in contro alla sua morte (io personalmente e dico io personalmente) lo trovo davvero amorale. Gia! Davvero! perché probabilmente a Mark Whetu arriverano in conto i succulenti diritti d'autore...

Per Mike Rheinberger era probabilmente un gioco... ma per Mark Whetu era certamente un lavoro e quel lavoro non è stato fatto ad arte.

Che poi la vita continui, come vuole mettere in risalto l'autore di questo contestato filmato pare un'ovvietà tanto scontata da passare nettamente in secondo piano. Eppure forse era proprio questo secondo e più importante tema che andava messo in evidenza.

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