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Ultima modifica: 30 Maggio 2015

Lunedì, 04 Giugno 2012 11:41

Monte Prena per la Via dei Laghetti

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La salita al Prena per la Via dei Laghetti è una classicissima di primavera, quando l'acqua di discioglimento della neve riempie alcune piccole pozze che si formano lungo il percorso.

La squadra è messa in piedi dal buon Massimo N. che per far gambe solletica l'appetito dei molti con la proposta di salire dalla Via dei Laghetti e ridiscendere per la Brancadoro.

La decisione per me è presto presa. Il mio fallimento sulla via Sivitilli mi ha stimolato l'orgoglio, mi sono allenato per tre settimane continuative e nessuna occasione come il Prena è buona per mettere in forma il fisico. E poi cosa di meglio della buon compagnia dei corsisti della scuola di montagna del CAI Frascati. Con questa uscita extra-corso l'intento di Massimo è di fare allenamento ma soprattutto creare lo spirito di squadra.

Presto fatto aderiscono inizialmente in 5, che con Massimo stesso e Fabio e Alessandro (i quali si aggregheranno all'ultimo minuto) arriveremo alla meravigliosa squadra di 8 entusiasti escursionisti.

Percorriamo rapidamente il pratone sottostante il Monte Paradiso quindi lungo la base delle Veticole.

In appena quaranta minuti siamo nella Canale che ci condurrà fino all'attacco della Via dei Laghetti.

Il crinale occidentale del Prena è impressionate, completamente eroso in centinaia di fessure, canalini, torri e pinnacoli. E' la montagna con il versante più... ehm... rugoso che conosca.

Subito l'istinto arrampicatori di tutti viene solleticato dalle roccette, le placche, le rocce. Ci buttiamo a capofitto nella salita. Il prima passaggio difficoltoso mette prima di tutto alla prova la nostra capacità organizzativa e di valutazione delle difficoltà. Nessuno vuole rimanere in dietro, me compreso, ci ammucchiamo sulla parete commettendo un errore dopo l'altro e mettendo in pericolo la nostra stessa incolumità.

Quando Massimo intuisce che è difficile coordinare la salita dal basso prende il comando, sale e allestisce una corda con l'aiuto di Michele. Con l'aiuto della corda ci issiamo l'uno dopo l'altro in quasi sicurezza. Passiamo lungo una cengia inclinata cadendo dalla quale si rischierebbe di fare un rovinoso pendolo fra le rocce. Passiamo tutti incolumi.

Massimo il più esperto della squadra ci richiama all'ordine: “abbiamo fatto una cavolata dopo l'altra, evitiamo di commettere un mucchio di errori tutti insieme”.

Il suo tono non è arrabbiato. Di solito Massimo scherza sempre ma quando non scherza più vuol dire che è seriamente allarmato.

Da questo punto di vista mi trovo perfettamente d'accordo con lui. Su questo mi faccio guidare perché personalmente non mi ero neppure reso conto delle difficoltà e del pericolo. Ma l'esperienza fa la differenza.

Da quando vado in montagna ho sempre pensato che salire in piena sicurezza e con la massima prudenza era il modo migliore per godersi un'ottima giornata di alpinismo.

 

Dopo il primo passaggio difficoltoso si sale per tracce di sentiero su cenge erbose e brecciolino fine.

Quando le placche inclinate sono coperte di brecciolino facciamo più attenzione ma procediamo abbastanza bene.

Il secondo passaggio da assicurare è su masso bombato e inclinata lateralmente. Sul masso è presente un chiodo. Ci sono un signore e due giovani ragazzi che salgono anche loro per la Via dei Laghetti. Aspettiamo che liberino la via, Massimo sale oltre e anche qui assicura la via. Uno dopo l'altro saliamo e senza intoppi passando oltre. Mentre saliamo Fabio intanto va in avanscoperta, ha una forma fisica strepitosa e sembra che neanche i passaggi di secondo grado lo rallentino.

Il terzo passaggio più impegnativo è un camino appoggiato assai divertente. Percorso metà del camino è possibile proseguire verso l'alto o passare sotto ad un enorme masso. L'attesa è lungo i tre escursionisti dell'altro gruppo procedono lentamente. La ragazza del gruppo ogni tanto lancia qualche sfondone. Lo sfogo è comprensibile e si scatena l'ilarità. Passiamo qualche minuto sotto un ponte di ghiaccio poi uno ad uno saliamo nel camino.

Anche qui è Massimo garantire la sicurezza di tutti cosa che chiunque di noi, diciamoci la verità avrebbe potuto fare. Io per pigrizia non ho neppure portato la corda ma comincio a rendermi conto che in certe circostanze è necessario anche farsi carico della sicurezza degli altri.

Passiamo oltre incontriamo un nevaio di neve compatta e scivolosa.

Dagli zaini escono le picche che non sostituisco certamente i ramponi ma almeno ci consentono di ritrovare rapidamente l'equilibrio. Passiamo su delle lingue di neve non più larghe di quaranta centimetri. Ha il sapore della vera avventura alpinistica. Lo è. Cadere a destra o a sinistra sarebbe compiere un volo di alcuni metri nelle fosse sottostanti.

Da qui il percorso non presenta più alcuna difficoltà tecnica alpinistica. Siamo a quota 2100 circa, metro più metro meno. La salita diventa solo faticosa. Il percorso che prima si era sviluppato all'interno dei canalini ombreggiati ora si trasforma in una salita in pieno sole. Il caldo, la fatica, la sete rallenta a tutti il passo. Solo Fabio non sembra mollare.

La parete si fa rocciosa e friabile, ci muoviamo in parte su tracce di sentiero in parte su roccia. Con passo costante ma decisamente più lento saliamo fino a raggiungere la cresta che conduce alla vetta del Prena. Qui su una sella incontriamo la via di salita della Brancadoro.

Gli ultimi 150 metri di salita fino in vetta sono un massacro per gran parte di noi: fiato corto, polpacci infiammati, mancanza di resitenza. Io procedo con una lentezza esasperante. Faccio tre passi e mi fermo a respirare, altri tre passi e respiro...

In altro ormai si vede la croce di vetta. Fabio, Alessando, Ilaira e Michele sono già arrivati. A seguire arriviamo Massimo, io, Dainela e Piero.

Io mi sento fisicamente cotto. Subito tiro fuori il giubbotto e mi copro dal vento freddo di quota che mi gela il sudore sulla pelle. Non ho neppure la forza di mangiare. Bevo e basta.

A grande richiesta scattiamo la foto di gruppo sulla vetta.

Presto arriva la domanda fatidica. Da dove scendiamo? Le alternative erano due: si torna dalla Via Normale o scendiamo dalla Via Brancadoro? Siamo esauriti e scendere dalla Brancadoro richiederebbe uno sforzo aggiuntivo di reattività e di attenzione che alcuni di noi non hanno. Io stesso anche se sono più allenato delle volte scorse ancora non ho raggiunto la forma fisica ideale.

Decidiamo di comune accordo di scendere per la normale.

Il ritorno è lungo e faticoso, come ogni discesa non troppo divertente. Ma Fabio è diventato l'anima della giornata. Ci ha trascinato sue e giù per questa montagna con una costanza e con una forza alla quale tutti abbiamo attinto per trovare uno stimolo ad andare avanti nonostante la stanchezza.

Mentre scendiamo Piero che non ha mai avuto incidenti in montagna scivola sullo sfasciume presente sul pendio e ruzzola fortunatamente senza gravi conseguenze. Solo qualche graffio e un pantalone strappato sono il riusultato dell'improvvisa caduta. Io e Daniela siamo subito su Piero che perde sangue da una mano. Gli sciacquiamo la mano con acqua abbondante per levare i detriti di terra dalle ferite. Niente di grave. Mentre tiriamo fuori il Kit di pronto soccorso ci rendiamo conto che Daniela non ha portato il suo e io ho portato un kit incompleto. Mancano le forbici per tagliare le bende e il disinfettante. La riflessione che ne scaturisce, ovviamente è sulla necessità di controllare sempre il kit di pronto soccorso prima di partire. Avere un kit di pronto soccorso completo per tutto il gruppo sarebbe la cosa più naturale da fare soprattutto quando si è così tanti in escursione e considerato che il suo "peso" e il suo "ingombro" possono essere eventualmente distribuiti fra i vari componenti del gruppo. Niente di grave ma... anche questa volta abbiamo imparato qualcosa...

Servono forza, prudenza e una ferrea volontà di tenere il passo costante.

Quando sugli ampi prati di Campo Imperatore individuo le automobili con la mia falcata ciclonica mi lancio alla riscossa... entro in uno stato sola volontà, la volontà di chiudere questa lunga giornata. E mentre cammino faccio le mie solite riflessioni sulla giornata. Anche questa volta ho imparato qualcosa. Ragiono sul fatto che l'allenamento, per chi vuole fare lunghe escursioni o a maggior ragione attività alpinistica, è una condizione necessaria se non obbligatoria.

In fin dei conti l'allenamento è necessario per la sicurezza ma anche affinché il camminare, salire ed arrampicarsi non debba diventare necessariamente un momento in cui chiedersi cose quali: “ma perché mi trovo qui” o “ma cosa sto facendo”... “io qui non ci torno più...”

Piuttosto l'allenamento deve riuscire a farci vivere con serenità una fatica sempre commisurata alle nostre forze e mai oltre quelle.

 

Sono le 19.00 e anche se è piuttosto tardi il rito della birra è un momento topico irrinunciabile. Una birra al Rifugio del Lago Racollo... è il momento che ci fa raccogliere intorno ad un tavolo, un modo per ringraziarci l'un l'altro, per essere stati presenti, per esserci stati, con una corda tesa, con una parola di più, con la spinta della volontà...

 

Lunghezza del percorso circa 13km - Dislivello in guadagno/perdita: 1090m

Informazioni aggiuntive

Letto 4841 volte Ultima modifica il Martedì, 27 Maggio 2014 15:23
Giorgio Carrozzini

Consulente Web, Webmaster, esperto in siti web per odontoiatri. Per passione gestore di numerosi siti di montagna. Giorgio ama andare in montagna esplorando el numerose possibilità fuori e dentro di se... questo è il suo Blog!

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