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Ultima modifica: 30 Maggio 2015

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Martedì, 13 Maggio 2014 00:00

Traversata da Sogno in Majella

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Il titolo originale della relazione era in verità:

UNA NORMALE STORIA INCREDIBILE DI UNA SOLITARIA TRAVERSATA ALPINISTICA (NONOSTANTE MAGGIO) SULLA MAJELLA.


Ho fatto tante ascese in tutti questi anni.
Tutte hanno sempre tante cose da raccontare, ma alcune più di altre.
Questa è una di quelle.

Sapevo che la prossima sarebbe stata  impegnativa e che avrebbe richiesto molto impegno sia fisico che psicologico per cui, come sempre accade, già durante la settimana c’è tutta una preparazione cartografica, fotografica, fisica e di concentrazione per arrivare al giorno pronti.

Ormai non mi accontento più di quelle semplici, visto sia il costo economico del viaggio e sia il problema familiare che comporta il mio allontanamento per un giorno in montagna, per cui cerco di sfruttare al massimo la giornata.

Non bisogna mai andare in montagna da soli, soprattutto su particolari Vette ed in certe condizioni in cui puoi trovare la montagna stessa ma, dopo vari tentativi, trovare altri grandi appassionati preparati e disposti a realizzare le mie  impegnative e lontane Vette, è difficile se non impossibile.
Motivo per cui decido di andare da solo lo stesso, confidando sempre nel mio grande entusiasmo, che porta in questi casi alla completa realizzazione di se stessi soprattutto quando le proprie condizioni di vita e lavorative non  lo hanno concesso.

Quello che scrivo può sembrare esagerato, sembra quasi che si vada  in Tibet, ma nel mio piccolo,  anche se in solo giorno, ci sono luoghi che Ti portano ad affrontare simili condizioni.
Infatti questa traversata ha comportato un dislivello complessivo in salita di 1917 metri e un percorso Chilometrico di quasi 18 Km, molti dei quali fatti  su neve inaspettatamente alta, considerando fosse Maggio inoltrato.
La sveglia è molto presto alle 4.30 e la partenza da Roma avviene alle 5.15 dopo tutti i preparativi rituali che purtroppo ancora comportano uno zaino molto grosso con dotazioni tecniche invernali e quindi pesanti.
Il viaggio nonostante la lunghezza scorre velocemente ed arrivo a Caramanico Terme alle 7.30.
Cerco un bar per fare colazione ma il primo è ancora chiuso.
Il secondo anche se sprovvisto di tutto, come i normali bar in Abruzzo, almeno mi permette di prendere il caffè.

Quando vado in questi paesi  luoghi mi diverto a capire quanto gli abitanti vivono questi posti  senza sapere nulla di quello che ruota intorno a loro.
Anche questa volta chiedo informazioni è come sempre ne so  molto più di loro.
Chiedo indicazioni alla barista sui 25 anni paesana, sulla strada che porta a Guado Sant’Antonio ( unica strada, sopra il Paese, che porta sotto la montagna) ovviamente non sapeva dove prenderla.
Ma la cosa più incredibile è che questa ragazza non sapeva neanche l’orario di apertura delle Terme, che sono li accanto, unico motivo per cui quel paese ancora non è stato abbandonato dai giovani in quanto porta lavoro.

Ma è normale, in Abruzzo è cosi’ dappertutto.
Riparto un pò preoccupato in quanto si è alzato un po’ di vento che, alle quote che dovrò raggiungere io, potrebbe comportare la rinuncia alla salita.

La strada che porta al Guado Sant’Antonio a quota 1145 metri di altezza è una strada ad una sola corsia stretta è dissestata e non ha protezioni laterali per cui bisogna fare molta attenzione altrimenti si va di sotto se va male.

Sono abituato a queste vecchie mulattiere poi asfaltate e poi abbandonate, sono tutte così.
La mia fortuna è che ancora esistono, purtroppo senza manutenzione per cui  fra qualche anno saranno impraticabili , ma siamo in Italia non si guarda mai oltre se non c’è un interesse economico.

Arrivo a destinazione per quella che sarà una traversata dalla base più occidentale della catena montuosa  della Majella che guarda verso la Valle dove l’Autostrada porta a Pescara e Chieti.

Come quasi tutti i sentieri dei nostri Parchi Abbruzesi il sentiero è ben segnato fino al Rifugio,
che in questo caso si chiama Barrasso a quota 1542metri, poi più nulla.
Non è un problema in quanto per raggiungere la prima Cima bisogna seguire la dorsale che porta in quota per cui, in assenza di nebbia o nuvole basse e di certo sempre sapendo dove andare, è facile,a parte la fatica, arrivare in quota.

Arrivato sui 1800 metri circa le prime avvisaglie di neviere rendono più bello il paesaggio
per  il contrasto del bianco con l’azzurro del cielo e del verde acceso dei faggi che sono rinati dopo l’inverno.
Dopo 2 ore di cammino raggiungo il punto più alto della montagna chiamata Rapina a quota 2027 metri.

Un omino di sassi con un bel bastone la identifica, ma per renderle omaggio del mio passaggio, orno il bastone con delle bandierine colorate simbolo della preghiera tibetana, utili inoltre alla identificazione della cima da lontano per i prossimi esploratori.

Da qui in poi la prossima Vetta sarà molto più difficile sia per il dislivello che dovrò affrontare ( fino 2657 metri ) sia per il ripidissimo pendio di cresta sia per la neve che già vedo.

Le prime avvisaglie  ci sono a causa dei pini mughi che rendono difficoltoso il mio cammino.
Fortunatamente la neve in alcuni punti li ha sotterrati per cui ho degli spiragli dove passare.

Anche perché passare sotto di lato sul traverso innevato a nord è pericoloso.
Passare dall’altra parte mi allontanerebbe troppo.
Dopo aver oltrepassato la barriera inizio la ripida salita per quasi 200 metri di dislivello Si va abbastanza bene ma a quota 2300metri inizia la neve.
Essendo neve primaverile è molto morbida è da subito vedo che affondo molto, troppo.
Avendolo previsto mi ero caricato sullo zaino  le ciaspole che mi salvano da una bella fatica.
Arrivato a quota 2400 metri la cresta si fa via via sempre più affilata e tutto si trasforma.
Quello che d’estate è più semplice,in una situazione completamente invernale diventa molto più difficile.
A sinistra cornici di neve  impediscono il passaggio sopra di esse, a destra il ripido pendio rende pericoloso il passaggio.
Mi rimane poco spazio di cresta sicuro per cui prendo subito i ramponi e li metto affinché la mia presa sia salda rispetto alle ciaspole.

Il problema è che c’è talmente tanta neve che si affonda fino al ginocchio.
Percorrere una cresta per 200 metri di dislivello fino al ginocchio è molto, molto faticoso.
La piccozza sprofonda fino alla punta per cui i punti di appoggio sono pochi.
Mi faccio coraggio e proseguo anche perché tornare indietro ora sarebbe ancora più faticoso visto il già grande dislivello percorso quasi 1200 metri.
E ti accorgi di questo guardandoti indietro.

Arrivo a 2500 metri ma ogni volta che credi di essere arrivato ad un punto meno ripido In realtà, svalicando, si ricomincia con un nuovo pendio.
Nel frattempo mi si presenta un nuovo problema.
I miei piedi hanno scarponi da alta montagna ma non da alpinismo puro per cui la loro tenuta sotto tanta neve non è ottimale.
Sono già 2 ore che tutto lo scarpone è sotto la neve.
Inizio a sentire ad entrambi i piedi il classico sintomo di inizio di assideramento che si manifesta per il momento solo sulle 5 dita.
Quindi per non peggiorare la situazione, mentre affondo la gamba cerco di muovere tutti i polpastrelli. Neanche la vista ti aiuta.
Non scorgi neanche la Croce che psicologicamente è di grande aiuto.
La volontà però è ferrea.
La montagna ti insegna che non ti devi arrendere.
Quanto questo mi è servito nella vita solo io lo posso sapere.


Finalmente svalico a 2600metri.

Tutto cambia di nuovo.

La parte sommitale è quasi rotonda e non essendoci più pericolo mi tolgo di nuovo I ramponi per rimettermi le ciaspole.
Il vento a quelle quote inizia a farsi sentire notevolmente.
Stranamente non riesco a trovare il punto più in alto identificato con un ceppo altimetrico per cui vago per la grande montagna senza meta.

Finalmente lo trovo era completamente spostato dalla parte opposta rispetto al mio punto di osservazione.
Anche la foto di rito risulta di difficile fattibilità.
Il vento forte mi fa cascare lo zaino dove con il cavalletto apposito regge la macchinetta.
Da lontano intanto vedo un gruppo di alpinisti che sta scendendo dalla cresta dell’Amaro, mia prossima meta, per arrivare alla base della Rava del Ferro.

Per non perdere eccessivamente quota faccio numerosi traversi.
Fortunatamente non c’è bisogno di rimettersi di nuovo i ramponi.
Ora la stanchezza inizia a farsi sentire tanto.
Già ho fatto la bellezza di 1500 metri di dislivello.
Ma la quota dell’Amaro con i suoi quasi 2800 metri mi affascina anche se l’ho raggiunta altre volte.

La montagna è come una droga.

Quando arrivi cerchi di trovare con lo sguardo un'altra montagna più alta.
Volendo sarei potuto scendere per la Rava del Ferro.
E peraltro, cosa a cui voi non avete pensato, avrei avuto forse un passaggio dai precedenti alpinisti per ritornare dalla parte opposta dalla montagna dove avevo lasciato l’automobile.
Si perché alla fine ho anche questo problema  non da poco da affrontare.
Come tornerò indietro?
Lentamente un passo alla volta proseguo il cammino.
Purtroppo il tempo sta cambiando, non gravemente, ma sta cambiando.
Anche un piccolo cambiamento meteo diventa un altro problema da affrontare.
Una  veloce  corrente ascensionale mi sta portando da ovest un folto gruppo di nuvole che non sono però bianche.

Lo senti subito a pelle il cambiamento il vento diventa molto forte.
Le raffiche a volte ti fanno claudicare nel cammino.
Non incontro nessuno.
Strano perché comunque l’Amaro è sempre una meta ambita e la giornata era bella.
Mentre mi avvicino alla Croce mi affaccio sul ciglio perché a vista dovevo cercare la Rava che avrei dovuto scendere.
Avedola studiata sulle foto la trovo ma devo dire la verità un po’ mi spavento.

E’ ripida e soprattutto devo trovare l’attacco migliore dove prenderla.
Di certo non quel punto.
A strapiombo, con tutta quella neve, già so che devo farmi una Rava da 2800 metri fino a 1700 metri di altitudine.
Riprendo il cammino ed arrivo alla Croce.
Non c’è tempo per fare quasi nulla.
Il vento è molto forte e non posso neanche farmi una foto, in più l’ennesimo problema arriva puntuale precursore della corrente ascensionale.
La nebbia, quasi più non vedo il Bivacco Pelino, che però so che sta lì.
Una grande pensata fare un Bivacco a quella quota.
Mi rifuggo dentro.
Qualche cretino aveva lasciato in passato la porta aperta per cui all’interno per metà Bivacco c’è uno strato alto di neve completamente ghiacciato.
Tuttavia per il momento qualsiasi cosa andava bene.
Sono talmente stanco che non ho fame ma qualcosa mando giù.
Anche perché il pensiero fisso è fuori.
Mi chiedo e se la nebbia rimane?

Come faccio a trovare l’attacco della Rava della Giumenta Bianca (chiamata anche Direttissima) per scendere a valle.
Mi tranquillizza il fatto che sono ancora le 4 del pomeriggio per cui le ore di luce che rimangono ci sono.

Per l’ennesima volta mi tolgo le ciaspole e mi rimetto i ramponi fondamentali per quello che mi aspetta.

Mi affaccio dai piccoli oblo ma niente la nebbia la fa ancora da padrone.
Mi bevo con molto piacere il the caldo che mi ero portato da casa, veramente una mano santa.
All’improvviso uno spiraglio di luce illumina l’interno del bivacco.
Capisco che è il momento.
Ero ovviamente già pronto.
Mi metto il giubbotto doppio del completo invernale per affrontare il vento forte che sibila con rumori sinistri intorno alla cupola di ferro che mi protegge.
Un colpo di fortuna mi aiuta, delle orme che venivano dal ciglio di una lato della Rava mi fanno presupporre che qualcuno forse è salito da quella parte.
Le seguo e i miei sospetti sono fondati.
Sono saliti proprio di li.
Facendo il traverso hanno guadagnato quota faticando di meno.
Controllo se la neve tiene e mi avventuro.
Da subito mi accorgo che la discesa sarà molto più faticosa del previsto.
Sia sul traverso sia dopo la sella nel punto più ripido della discesa, credo a 40 gradi, sprofondo con la neve fino a dopo il ginocchio in alcuni punti fino a metà coscia.

Vi posso assicurare che fare quasi  500 metri di dislivello in discesa in queste condizioni è veramente faticoso al di la del pericolo incombente rappresentato a vista dalle numerose slavine che si sono succedute all’interno della Rava.
Solo quanto ti trovi dentro una rava e vedi tutte quelle valanghe capisci del pericolo che incombe su di Te anche se sono tranquillo del fatto che fa freddo e non c’è sole.
Certo non è una garanzia, ma aiuta.

La discesa per la Rava dura quasi 1 ora.
Ma proprio mentre pensi che è andato tutto bene ecco che succede quello che non ti aspetti.
Con lo sprofondamento delle gambe dentro la neve le ghette si sono completamente abbassate ma cosa più pericolosa il laccetto che le stringe è uscito fuori.
Ed ecco che, come insegnano i manuali, mai lasciare laccetti vicino ai ramponi.
Puntualmente il caso decide che il laccetto si infila nei ramponi e mi fa cascare.
Per non scivolare giù anche se il pendio non era estremo il ginocchio compie un movimento innaturale e si sente un piccolo "Crac".

Mi accerto che sono in condizioni di continuare.
Fortunatamente si, ma capisco che mi sono fatto male e che a caldo non sento tanto dolore.
La base della Rava è raggiunta.

Ora, come sapevo, un altro problema da affontare si presenta ai miei occhi.
Devo attraversare il bosco di faggi, a quota 1700m, molto inestricabile che mi porterà a Valle.
All’inizio con l’esperienza riesco a cavarmela.
Il problema è che scendendo sono andato troppo fuori versante.
Me ne accorgo perché dentro al bosco trovo un paletto indicante Lama Bianca.
Devo spostarmi più verso quello chè sarà la mia meta il Rifugio di Passo San Leonardo.
Il cammino nel bosco fitto è lungo e ogni tanto trovo dei vecchi segni giallo-rossi.

Compongo per il futuro degli ometti di pietra affinchè altri trovino il sentiero più facilmente.
Piano piano vedo spuntare la Valle illuminata dal sole che sta tramontando.
E’ finita sono finalmente arrivato sulla strada asfaltata che negli ultimi Kilometri mi porterà verso quella che spero possa essere una soluzione a quello che potrebbe però diventare anche un grosso problema.

Troverò qualcuno che,armato da umana pietà, mi riporterà indietro?
Ovviamente mi ero premunito e sapendo della possibilità di un aiuto da parte del gestore del Rifugio avevo telefonato qualche giorno prima per avvertirlo.

Il Sig. Guido Maiorana  (84 anni ! ) si era detto disponibile solo ad alcune condizioni di gestione del Rifugio che fortunatamente per me si sono avverate.
Salgo sul Suv del gestore,che sorpreso dalla mia conoscenza dei luoghi, mi lascia al punto di partenza mentre il sole ormai è tramontato.
Un lungo viaggio di ritorno mi aspetta con le mie membra stanche per l’avventura Realizzata e con la preoccupazione del ginocchio infortunato che purtroppo mi farà stare lontano dalle mie nontagne credo per molto tempo.

La mia mente quindi volerà a ricordare i prati verdissimi della primavera illuminati dai fiori gialli che specchiandosi sugli alti bastioni innevati hanno dato un senso alla triste vita cittadina che siamo costretti a vivere.

Informazioni aggiuntive

  • Scheda Tecnica dell'Escursione:

    Scheda tecnica ancora non disponibile...

Letto 2487 volte Ultima modifica il Venerdì, 11 Novembre 2016 13:14
Francesco Mancini

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2 commenti

  • Link al commento Alessandro Vittore Lunedì, 02 Giugno 2014 22:56 inviato da Alessandro Vittore

    Che audacia! Fare da soli la salita in Maiella fuori stagione richiede un coraggio ai limiti dell' imprudenza. Complimenti anche per il viaggio in macchina fino a caramanico da solo. Non hai avuto problemi di sonno alla guida? A me costo' grossa fatica guidare al ritorno dallamaiella anni fa.

  • Link al commento Giorgio Carrozzini Martedì, 13 Maggio 2014 17:14 inviato da Giorgio Carrozzini

    Grazie Francesco per la condivisione... mi hai ricordato tutte le incredibili emozioni. Qualcuno mi disse che il tempo del Pionierismo in appennino è finito. Con il tuo sguardo mi hai ricordato che il Pionierismo in Appennino è ancora possibile. Dipende da come viviamo l'intensità del momento. Ed è tutto meravigliosamente intatto!

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