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| Doriano Rasicci |
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| Scritto da Doriano Rasicci | |
"Perché c'è"In questa semplicissima affermazione potrei riassumere il perché amo la montagna e perché sogno sempre i suoi sentieri e le sue vette.Ho scomodato il conquistatore dell'Everest, G.Mallory. E' la sua risposta ad una intervista in cui chiesero il perché di tanta pazzia riferita alla bramosia di conquista di una montagna e in particolare della sua vetta. Non me ne voglia G. Mallory e non me ne vogliate tutti. Non voglio creare nessun accostamento irriverente. Il fatto è che nella montagna trovo e cerco solo l'essenza, la stessa essenza che sta in un pensiero, in un desiderio, in una passione, in un sorriso. Quel sorriso puro e liberatorio che ti viene da dentro quando sopra di te c'è solo il cielo. E la fatica, ricompensata solo da quel sorriso, dalla soddisfazione di vedere cosa c'è oltre, oltre la fatica dell'idea dell'alzataccia, dello zaino che pesa, dei piedi che fanno male, dell'incertezza di arrivare, e condivisa con chi è con te. E sentirsi in sintonia. Queste sensazioni cerco dalla montagna, quasi come fosse una metafora della vita. Questa è la vera conquista che la montagna ti concede; il saper soffrire, il sentirsi gruppo con gli altri ed essere pronti alla gioia della conquista come alla tristezza della sconfitta e della rinuncia. Nato nel lontano aprile del '60 sono uno dei tanti marchigiani trapiantati a Roma. Nato e vissuto per 25 anni in riva al mare ho sempre voltato lo sguardo verso l'entroterra, verso quei contorni lontani e aerei che delimitavano le mie fantasie. Come ho potuto ho cominciato a calcare i pendii delle modeste montagne della mia regione fatte di pratoni e vette arrotondate fino a calcare i Sibillini da dove lo sguardo per la prima volta ha spaziato verso gruppi montuosi più importanti. Il Vettore col suo piccolo laghetto, di Pilato, la mia prima vera montagna. E la voglia è cresciuta mano a mano che gli orizzonti si spalancavano sulle creste che percorrevo. Dal coinvolgimento dei familiari prima e degli amici poi, sono passate le mie prime esperienze in montagna. Tutto molto "casalingo", ma non mi bastava. Il mio spirito chiedeva di più. Poi le prime vacanze "controcorrente" in montagna. Le Dolomiti, Zermatt e il Cervino, il Gruppo del Gran Paradiso, Il Monte Bianco. Niente di alpinistico veramente, lunghe camminate e tante belle giornate serene. E finalmente le "nostre montagne", quando navignando in Internet alla ricerca di informazioni sul libro di J.Krakauer "Aria sottile" mi sono imbattuto in Giorgio e nel suo omonimo sito. E' cominciata una amicizia fondata sull'amore per la montagna. E da questa amicizia sono arrivati Pizzo Deta, il Viglio, il Terminillo, Il Camicia, Il Brancastello, il Monte Aquila e Pizzo Cefalone e alla fine il Corno Grande del Gran Sasso d'Italia; la maggior parte ripetuti sia nelle stagioni estive che invernali. Ho voluto scorrere velocemente il mio "curriculum" , quelle che normalmente in queste sedi sono le conquiste personali piene di dettagli e di retorica, perché ciò che mi preme far passare di più non è ciò che ho fatto, ma ciò che sogno, ciò che penso della montagna, ciò che mi spinge a tenere il naso puntato verso l'alto alla ricerca di quelle linee dove oltre c'è solo il cielo. Quando Giorgio mi ha chiesto di scrivere sul significato che la montagna ha per me, ho avuto molti dubbi, perché parlare di spirito e filosofia porta con sé sempre il rischio di essere retorici. Mi è venuto allora in mente un libro che lessi molto tempo fa e ancora pieno di sottolineature. Ho deciso quindi di dedicare il mio spazio al grandissimo W. Bonatti con due sue citazioni. Mi preme farvelo conoscere qualora non lo abbiate mai letto nella speranza di provocare in qualcuno le stesse emozioni che ha regalato a me. La prima è una verità costante che mi segue sempre quando sono in montagna e che mi ha reso più forte dentro: "La Montagna mi ha insegnato a non barare, ad essere onesto con me stesso e con quello che faccio". La seconda citazione invece è un passaggio, forse un po' lungo ma credetemi vale la pena spendere due minuti per leggerlo, tratto dal suo libro "Montagne di una vita" (Baldini &Castaldi editori ) che lo fanno parlare in un momento della sua scalata al Monte Bianco nel 1984 e che non smette mai di farmi sognare la montagna e lo spirito che la lega all'animo umano: "Passavano le ore. Inerte e alla deriva verso pensieri luminosi, mi ritrovavo più che mai immerso nel labirinto delle riflessioni, che mi portavano inevitabilmente verso la ricerca della mia verità. Perciò sentivo in me tutte le laceranti contraddizioni che sono nell'uomo, senza però riuscire ad approdare più in là dei nuovi contrasti che ne nascevano.[ …] Riconoscevo che le difficoltà non mettono alla prova la forza dell'uomo ma la sua debolezza. Inoltre mi affascinava collocare l'esistenza della realtà soltanto nel riflesso del suo sogno.[ …] poi osservai il tramonto fino all'ultima pennellata di rosa che scoloriva il cielo.[ …] La luna crescente che inondava il cielo, luminosissima, aveva impedito alla notte di incupirsi, ma non di diffondere la sua calma infinita.[ …] brillavano soltanto le stelle , un grande mare di stelle dentro cui ci si confondeva. Così mentre la fredda luna allungava e ritraeva sulla neve le sue lame di chiarore spettrale, io ero lì, incerta e fragile statua di ghiaccio, a respirare la magia di una notte che sembrava venire da altri mondi. Ero ebbro di solitudine e di quell'immaginazione che ti porta a volte dove vorresti essere. […] I piedi ramponati crepitavano sulla neve cristallizzata e a volte sembrava proprio di udire un urlo levarsi dalla montagna. […] L'aria ad oriente cominciò a schiarire. Si levò di colpo il vento dell'alba, frenetico, che sollevò qua e là nugoli di polvere bianca. L'atmosfera si faceva più sottile, trasparente, in armonia con l'azzurro del cielo sempre più turchese. L'aria era purissima, siderale come venisse da un altro pianeta; respirarla equivaleva a riempirsi i polmoni di cielo. […] Quel che seguì appartiene più alla policromia dei sentimenti che a quella delle cose. Vero è tuttavia che le tinte calde dell'astro cominciarono a scivolare tra picchi, pareti, creste e canaloni creando un movimento caleidoscopico di luci e contrasti. […] Il cielo, solidamente azzurro, rimaneva la cosa più grande di tutte ed abbracciava lontananze che stancavano lo sguardo.[…] Era un tripudio di splendori inviolati che la natura mi offriva con abbandono e ciò nutriva il mio animo. I pensieri lievitavano nel costante fluire dalle cose alla mente e dalla mente alle cose, sentivo nascere in me emozioni nuove, dimensioni ignote che sfuggono sempre al tentativo di spiegarle. Totalmente affondato nell'intima solitudine prendeva sempre più slancio la fantasia, adesso più che mai vedevo con gli occhi della mente, ascoltavo il grande respiro della natura, davo proporzioni umane agli infiniti, spaziavo fino a confondermi nell'universo; sentivo tutta la bellezza e la meraviglia dell'esistenza. Avevo finalmente trovato la verità, la sola verità possibile al di là di ogni supposizione. Era la verità del cuore." Questo è ciò che chiedo alla montagna: un traguardo per l'animo umano. |
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