In fisica e matematica la teoria delle approssimazioni successive è un metodo per avvicinarsi ai risultati ipotizzati. Io e Giorgio abbiamo applicato questa teoria anche alla montagna. Che cosa c’entra? Mi spiegherò più tardi.
Come sempre, solamente il giovedì della settimana che precede l’uscita si decide l’itinerario tra il carnet di proposte avanzate. Sull’onda dell’entusiasmo per un progetto che è in essere e di cui è ancora presto parlare la scelta cade sull’accoppiata Magnola-Sentinella due montagne trascurate e vicinissime del gruppo del Velino.
Giorgio tira fuori dal cappello, meglio sarebbe dire dalla sua capacità di stratega dei percorsi, un itinerario del tutto originale con partenza dai Piani di Pezza, e in particolare dal Pian Ceraso a 1534 metri di altezza e che salendo per la Costa dei Velchi e i Campi del Magnola si inerpica fino al Sentinella prima e al Magnola dopo.
Fin dal primo momento in cui si è manifestata la decisione di questa accoppiata ho tenuto d’occhio la possibilità di realizzare l’incompiuta e inaccessibile Costa Stellata. Un mio cruccio per rendere la giornata ancora più appetibile. In macchina durante l’avvicinamento ne parlo appena con Giorgio, conscio che riceverei un mezzo rifiuto.
L’appuntamento è fissato alle 4 e 30, forse come sempre abbiamo esagerato nell’anticipare i tempi e così lungo il viaggio ce la prendiamo comoda. Un mucchio delle solite chiacchiere tra amici che si vedono quasi solamente in queste occasioni e praticamente ancora al buio di un’alba indolente arriviamo a destinazione.
Dopo aver consultato la carta e indorato la pillola della Costa Stellata a dovere, parcheggiamo l’auto all’incrocio dei sentieri, tra quello diretto al Magnola e quello di ritorno dal Costone della Cerasa.
Non è certo che il mio progetto si possa chiudere, ma almeno il tentativo di raggiungere la Costa Stellata è nel paniere.
Alle 6,40 ci incamminiamo in un’alba appena accennata. Anche le foto sul piano non riescono per mancanza di luce. Il primo tratto si snoda sulla carrareccia che sarebbe stata percorribile anche in auto fino ad un curvone dove una chiara indicazione per il Magnola con tanto di dislivello (650mt) e tempo di percorrenza (4h) ci fa inerpicare per il sentiero erboso. Il sentiero segnalato come mai ne avevo visti, tanto da togliere tutte le velleità di avventura, si inoltra nel basso bosco ormai spoglio e si inerpica nei primi tornanti. Il sole appena spuntato dalla cresta del Sirente da fuoco ai boschi delle coste davanti a noi e illumina le creste che da lì a poco avremmo dovuto calpestare.
Saliamo velocemente di quota tanto che bel preso arriviamo al cospetto della lunga cresta dei monti del Magnola.
Solo l’arrivo degli impianti da sci a rovinare un inaspettato paesaggio dolomitico.
Ancora una volta abbiamo commesso l’errore di sottovalutare una montagna. Il Magnola lo abbiamo sempre visto da Ovindoli; aggredendolo dai Piani di Pezza si manifesta in quasi tutta la sua selvaggia integrità. Una cresta lunga e sinuosa, canalini ripidi alternati a rocce scoscese e sassose rendono la montagna un inaspettato e gradito spettacolo. Per certi aspetti ricorda un po’ la parte centrale del Terminillo e Giorgio al suo cospetto si lancia, ancora prima di averla posseduta in progetti di arrampicata invernale.
Da sopra la Costa dei Velchi dominiamo i Campi del Magnola e senza bisogno della carta possiamo decidere tranquillamente il percorso da intraprendere per attaccare la montagna. Il sentiero classico, quello segnato sulle carte segue la lunga arquata dorsale e con ripidi tornantini sale di quota fino alla cresta.
Noi però siamo attratti dal canale principale del Magnola, un canale pieno di sfasciume ma che giudichiamo fattibile. Ci farebbe accorciare il percorso e soprattutto, pur assicurandoci una mezz’ora di fiatone, ci permetterebbe di mettere un po’ di sale alpinistico a quella che finora si è palesata come una lunga passeggiata. Ci avviciniamo al canalino tenendoci in quota e quindi con un ampio giro sul catino dei Campi del Magnola, prendiamo a traversare sotto le creste in pieno sfasciume di varie consistenze, quando un po’ per noia dovuta appunto allo sfasciume un po’ per desiderio di difficoltà vengo attratto da un canalone in un primo momento non visto. Alzo gli occhi e mi piace quella cresta spavalda che sporge dopo quella ripida ma fattibile salita fatta di rocciette e ampie zone in cui l’erba aveva assestato il fondo. Lancio a Giorgio che mi sta seguendo ad una cinquantina di metri la proposta. Da prima titubante per il timore di non accedere alla cresta e poi invece entusiasta di cimentarsi in una improvvisata, accetta la proposta.
La pendenza è notevole e le gambe se ne accorgono subito. Il terreno non proprio stabile fa il resto e l’avanzamento procede con un ritmo rallentato. L’entusiasmo lungo la salita sale. Come l’uso dei bastoncini, indispensabili in condizioni di pendenza e precarietà come quella in cui ci trovavamo. Ne approfittiamo per avanzare a turno e ci filmiamo nelle nostre fatiche. Saliamo comunque in fretta e lo scenario, dovuto anche alla accentuata ripidezza del canale si fa immenso. Sullo fondo, sopra la Costa dei Velchi, tutta la dorsale del Gran Sasso domina l’orizzonte. Lentamente ma inesorabilmente saliamo e sotto i nostri piedi si ammorbidisce la pendenza. Con immenso sollievo per le nostre gambe e per i nostri polmoni il canale si appiattisce e una lunga lingua di neve che fa da confine con la cresta sommitale ci dice che le fatiche sono finite. In cambio, una volta sopra, troviamo vento gelido e purtroppo nuvole basse velocissime; in sostanza nebbia che azzera completamente i contorni del versante opposto.
Qualche passo indietro per proteggersi dal vento e vestirsi un po’ e ripartiamo titubanti verso le nostre mete. La nebbia inaspettata ha confuso un po’ le idee tanto che abbiamo dovuto ricorrere alla carta dei sentieri. Giorgio si conferma ancora grande conoscitore della zona. Decisi verso la cresta sud, ci abbassiamo verso una sella erbosa. La nebbia è ancora più fitta; memori dell’esperienza del Sirente raccogliamo indizi che ci garantiscano il ritorno. Dalla sella Giorgio propone di attraversare, invece di salire la cresta davanti a noi, il piano che si allunga come una conca tra le montagne appena percettibili.
Là davanti,dice Giorgio, con estrema sicurezza , dovrebbe esserci il Sentinella e viste le scelte opportune e ispirate che finora ha compiuto mi affido pigramente alla sua decisione.
In meno di 30 minuti, inerpicandoci su un tratto erboso sbuchiamo al cospetto di un altipiano dove come una presenza inconsistente si manifesta quello che sulle carte viene chiamato rifugio Panei ma che in verità non è altro che un ex rifugio ridotto a spelonca devastata e sporca. Siamo in vetta del Sentinella e dei suoi 2178 metri di altezza. Avvolti da una fitta nebbia ci immortaliamo di fianco all’ometto della cima. Rapidamente perché il vento è fastidioso e senza particolari festeggiamenti per la prima meta raggiunta attraversiamo il piano fino al rifugio.
E’ aperto ma l’interno è devastato, distrutto; manca una parte del pavimento manifestando una voragine che metto in sicurezza con una vecchia e inutilizzabile rete metallica che un tempo doveva essere un letto.
Nonostante tutto la presenza di un tavolo ci permette comunque di scaricarci degli zaini e di godere di un minimo, anche se poco confortevole, riparo dal vento. Sono le 9,30. Rispetto alle 4 ore del segnavia abbiamo impiegato 2,50 ore. Un bel risultato e ci compiaciamo a vicenda.
Solo il tempo di rifocillarci un po’ ed approfittiamo di uno squarcio delle nubi. Localizziamo la cima del Magnola, che come si potrebbe dire risulta essere ad un tiro di schioppo. Solo un leggero dislivello erboso ci divide dalla cima. Alle 9,50 siamo sui suoi 2220 metri. La dorsale appena percorsa, poco inclinata, erbosa, fa da contrasto col versante che si manifesta una volta raggiunta la cima.
Rocce e un salto nel vuoto. Quelle creste che abbiamo goduto dal basso e da lontano sono sotto i nostri piedi; una croce modesta domina la valle sottostante e gli sbancamenti in atto necessari per preparare le piste da sci.
Un anfiteatro roccioso molto bello ma devastato e corrotto dal turismo invernale. Uno spettacolo di natura selvaggia contaminato dalla presenza di macchine. Non riusciamo a farci trasportare dai soliti entusiasmi. Fatichiamo a scegliere le giuste inquadrature per eliminare le devastazioni del turismo. Festeggiamo la conquista con una stretta di mano e abbandoniamo rapidamente quell’angolo di natura profanato.
Forse proprio per il bisogno di riconquistare la verginità perduta ci dirigiamo subito col pensiero verso la Costa Stellata senza averla ancora ben localizzata. Le nuvole si alternano a orizzonti più accessibili. Valutiamo il percorso e il luogo. Un vasto protrarsi di avvallamenti e gobbe, la cresta davanti e i canalini da dove eravamo saliti si manifestano con una pendenza non intuita al momento della salita e ci fa apprezzare ancora di più lo sforzo e l’impresa compiuta. Una grossa e scura mole si insinua tra la nebbia e le gobbe davanti a noi. Giudico ad occhio e croce essere la Costa Stellata. Giorgio dispera perché se fosse la intuirebbe come una impresa titanica tanto sembra lontana. E qui subentra la teoria delle approssimazioni successive. Conscio che una richiesta repentina avrebbe portato ad un rifiuto propongo di procedere per tappe. Propongo di aggirare il promontorio fino a scoprire meglio il paesaggio e poi avremmo giudicato il da farsi carta alla mano.
Raggiungiamo il punto in cui la mole scura davanti a noi si manifesta al di là di una lunga e profonda valle che ci separa. Intuisco essere la Majellama ma non ne sono sicuro e taccio per non scoraggiare Giorgio. In cuor mio avevo deciso di conquistare la Costa Stellata. In mezzo a quel paesaggio confuso tra nuvole ora scure e cariche di pioggia ora veloci e sfilacciate ricostruire i percorso e l’orientamento non è cosa facile. Continuiamo a porci mete successive per scoprire ancora gli orizzonti. Mano a mano che procediamo in questa maniera, appunto la teoria della approssimazioni successive, ci rendiamo conto di essere vicini a calpestare la Costa della Cerasa. E ci rendiamo conto che quella sotto era la Valle Majellama e quella mole scura lontana era appunto la Costa Stellata. Giorgio davanti alla realtà e alla meta ancora molto lontana recalcitra un po’. Temo per la riuscita del progetto ma senza demordere e orologio alla mano lo sprono a farlo proseguire per tappe. In fondo era era ancora molto presto e poi quel picco davanti a noi doveva essere per forza capo di Pezza e quella sella lì davanti doveva esserla la Sella di Castellaneta. Insomma un po’ a chiacchiere , un po’ con un passo dopo l’altro raggiungiamo il valico in meno di mezz’ora. Giorgio si galvanizza e diventa inarrestabile. Ciò che per lui era del tutto imprevisto si manifesta quasi fatto. Saliamo i prati sotto capo di Pezza senza raggiungere la cima già toccata questo inverno. Di traverso raggiungiamo la vetta della Costa Stellata alle 11,50. Pochi istanti prima le nere nubi che nascondevano tutta la cresta si sono dileguate nel nulla lasciandoci uno splendido scenario sulla maestosa Valle Majellama.
Per ammirarla meglio e per niente stanchi percorriamo l’intera cresta della Costa Stellata, un vero trampolino all’interno di quella valle e praticamente ad un sospiro dalla prospiciente Sentinella. Ci rendiamo conto di aver portato a termine un giro mostruoso che risulterà essere di 18 Km.
Le solite foto, sguardi rapiti sulla valle Majellama a promettere ed anticipare una imminente visita e ripartiamo verso luoghi meno esposti ai venti.
Un lungo percorso di ritorno ci aspetta.
Sostiamo alla Sella di Castellaneta per il tempo di pranzare e rilassarci un attimo e ripartiamo insaspettatamente carichi e per niente stanchi verso la Costa della Cerasa .
L’avevamo sfiorata la scorsa primavera salendo alla Costa della Tavola e per non farci mancare nulla questa volta la percorriamo nella quasi sua interezza.
Dalla cresta è visibile tutto il Piano sottostante fino al Piano del Ceraso dove abbiamo l’auto. Anche senza guardare la carta intuiamo il percorso di discesa nella Valle del Ceraso.
Da prima un intricato bosco ci fa progredire lentamente e ci diverte un sacco, poi si fa più fitto e alto ma diventa facilmente percorribile. Uno spesso manto di foglie cadute ci fa da tappeto e ogni tanto siamo costretti a leggere deviazioni da improvvise macchie impenetrabili. Scendiamo velocemente dentro la valle e senza sentiero seguiamo la parte dove le due coste si incontrano così come farebbe un ruscello.
Il momento e di assoluta solitudine dal mondo. Per un attimo ci siamo fermati ad ascoltare il frastuono del silenzio. Non un rumore, nemmeno del vento; il silenzio assoluto esplodeva dentro le nostre orecchie e provocava un disturbo vero, uno stato di leggera confusione e di sordità. Non siamo riusciti a reggere quello che stava diventando un autentico frastuono. Da stupirsi come il silenzio possa far rumore.
Per circa 40 minuti è durata la discesa, sembrava interminabile eppure quando siamo arrivati nella radura in piano un senso di sconforto ci ha assalito. L’avventura stava per terminare. Un improvvisato boscaiolo, col suo gippone e la sua motosega ridavano al contesto la dimensione a noi più abituale.
Tutto tornava alla realtà fuori dal bosco. Una vettura ci viene incontro, dei bambini che corrono sul prato e la in fondo la nostra auto ad aspettarci.
Sono le 14,45 quando appoggiati gli zaini ripercorriamo con lo sguardo e con la memoria le creste sopra e intorno a noi.
Anche questa parte del Velino ci ha dato belle soddisfazioni e anche questa volta i 18 Km percorsi in sole 8 ore ci hanno riempito di orgoglio.
Informazioni Tecniche sull'Escursione:
Sull'autostrada in A24 in Direzione Pescara si esce al casello di Magliano de Marsi. Si seguono le indicazioni per Ovindoli. Superata Ovindoli si entra a Rovere, la seconda stradina a sinistra si prosegue lungo fino all'imbocco di Piani di Pezza. Sulla sterrata si gira subito a sinistra, si supera prima il rifugio-ristorante "Il Lupo" quindi un recinto per animali avendo cura di chiuderlo dopo essere passati e si arriva fino ad un grande curvone ai piedi del Monte Magnola.
Il percorso ad anello studiato è
lungo 17,5-18,00 km per un dislivello lineare di circa 650 mt ai quali vanno aggiunti i modesti saliscendi.
Totale stimato del gira, comprensivo di
pause brevi circa 7-8 ore di cammino.
Difficoltà escursionistica: EE+
Nota bene: il Monte Magnola a tratti presenta piccoli scorci dolomitici di grande soddisfazione.