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Monte Sirente per la Valle Lupara
Scritto da Doriano Rasicci
Sabato e Domenica, 04-05 Agosto 2007
Nasce da lontano l’idea di passare una notte in tenda su qualche vetta degli appennini, probabilmente durante il ritorno dalla salita al Monte Gorzano. Un’idea che ha avuto una genesi diffcoltosa, ma che alla fine ha trovato una ragione di essere in più per coronare degnamente una stagione piena di avventure appassionanti. La data era una finestra obbligata incastrata tra ritorni e partenze dalle ferie estive dei vari componenti del gruppo Aria Sottile , e comunque solo io e Giorgio ci lasciamo trasportare dall’idea. Rimaneva da fissare solo la vetta che ci avrebbe ospitato. Il Sirente ha avuto la meglio sul Viglio solo per una sorta di voglia di rivalsa. Per tutte e due le volte in cui abbiamo tentato di raggiungere la sua vetta il Sirente si è riveleto ostile, tanto da impedirci la prima ascesa imbrigliati in un manto nevoso fresco, alto e bagnatissimo e di renderci la seconda difficoltosa avvolti da una nebbia impenetrabile e sbattuti da un vento a più di 100 km l’ora. La croce in vetta quella volta , per quello che mi riguardava poteva appartenere ad una qualsiasi delle vette appennininiche. Una partenza tranquilla da Roma ci permette di essere all’attacco del sentiero per la Val Lupara , a Fonte dell’Acqua poco prima delle 14. La partenza alle 14 in punto, sotto un cielo sereno e una temperatura piacevole ci fa ben sperare. Le settimane precedenti sono state scandite da assenza di nubi e da temperature torride, ma il nostro week end segnava un cambio delle condizioni atmosferiche, e il sabato doveva essere un pò perturbato per lasciare poi una domenica fresca e priva di nubi. I primi passi erano segnati dalla convinzione che questa volta il Sirente ci avrebbe lasciato godere di se stesso in tutta la sua ruvida e ripida bellezza. Dai 1156 mt di Fonte dell’Acqua ai 1700 mt in cui ci si parano davanti le creste della Neviera è un pendio costante, a tratti anche impegnativo, completamente immerso nel bosco. Un bosco ordinato, sereno, di un verde rassicurante; lo stress del lavoro, della città, del traffico svaniscono e lasciano il posto ad un respiro affannoso ma gratificante, ad una fatica piena di vita. Come da un tunnel si esce dal bosco e ci si para davanti la meraviglia della Neviera, un insieme di creste e torrioni che nulla hanno da invidiare alle più blasonate rocce dolomitiche. Fatichiamo a richiamare i ricordi invernali di quel posto; un verde intenso fa da cornice alle grigie e rugose rocce, pochi mesi indietro tutto era bianco e sembrava enormemente più vasto. Dopo una pausa per goderci lo spettacolo delle creste del Sirente riprendiamo il sentiero virando decisamente a destra. Ancora un brevissimo tratto nel bosco per immetterci nel sentiero che ci condurrà alla Val Lupara e da lì in cresta. Ben presto il sentiero si fa più ripido, spoglio a tratti composto da pietrisco e sfasciume che rende il progredire più difficoltoso. Continui passaggi in creste secondarie danno l’illusione di essere giunti alla meta, ma il sentiero è lungi dal manifestarsi concluso; i passaggi mano a mano che si sale si fanno più difficoltosi, tra creste e traversi nelle valli che scendono dalla cresta principale è un continuo scalettare e remare in un’instabile sfasciume. Le pendenze sempre più audaci, le rocce sempre più importanti tanto da costrigere in alcuni casi a lievi passaggi di 1° grado fanno pesagire di essere ormai prossimi alla sommità quando......... quando il Sirente, quasi in forma profetica comincia a manifestare la sua avversità. Qualche volta ti viene da pensare che le montagne abbiano un’anima, che in un linguaggio tutto loro ti vogliano parlare. Ti viene di metterti in dubbio; chi siamo noi piccoli uomini per non ascoltarle? Dei grandissimi testoni pieni di noi stessi, tanto che come tutte le volte non ascoltiamo i segnali forti e chiari. Proseguiamo non prima di esserci coperti a dovere per il freddo pungente sopraggiunto e per il forte vento che ha preso ancora una volta a tormentarci. In prossimità della cresta il vento è fortissimo e freddo le mani sono congelate ( chi dice che in estate non occorre pensare ai guanti? ) e come se non bastasse nubi velocissime risalgo il canalone della Val Lupara. Ben presto siamo nelle condizioni di quest’inverno; avvolti da una nebbia fittissima. Per fortuna il vento la strapazza e di tanto in tanto squarci di luce ci fanno da guida. Il resto la fa l’esperienza accumulata l’inverno precedente in condizioni identiche peggiorate dalla presenza della neve. Siamo in cresta e per non farci sbattere ancora di più dal vento guadagniamo i dolci declivi verso la Serra di Celano. Dall’arrivo in cresta allo sbocco della val Lupara con i suoi 2210 metri rimangono solamente 158 mt di dolce dislivello disseminato di pietre. Cerchiamo ancora una volta paragoni con la situazione invernale, ma è tutto diverso. E’ affascinante, ma la presenza della neve e la sua magia ci mancano. I 2348 metri della vetta vengono coperti in poco meno di un’ora e alle 17 e 15 siamo lassù dove sopra hai solo il cielo. Il Sirente finalmente battuto sembra arrendersi e ci concede una fine serata piena di colori; il cielo si fa azzurro come solo in montagna sa essere, la nebbia si dirada e ci lascia faccia a faccia con l’aspro e profondo canalone della Valle Inserrata, Canale Majori per gli appassionati dello sci fuori pista. E’ uno spettacolo impressionate. Dalle rocce prospicenti la croce di vetta si è a precipizio sul vallone sottostante; un salto ci centinaia e centinaia di metri. Ti attira e ti respinge nello stesso tempo. L’audace cresta del del Sirente divide due ambienti in antitesi; le scoscese pareti ad est fatte solo di roccia e ruvidità, di ghiaioni fino al limitare del bosco 700 metri più in basso contrastano con i dolci declivi fatti di pratoni e roccette che conducono lo sguardo verso la piana di Avezzano 1600 metri più in basso e verso l’elegante e sottile cresta del Monte Etra, che con i suoi 1818 metri di altezza fa da degna cornice alle più note Gole di Celano. Lo spettacolo è a 360° e le condizioni meteo avverse fino a pochi minuti prima ci regalano momenti di estasi pura.
Siamo felici, saliamo e scendiamo continuamente i tratti sommitali, scattiamo foto su foto, ci emozioniamo davanti a certi colori, davanti a tanta immensità. Siamo sopraffatti dalla bellezza aspra del Canale Majori, da quelle ardite pendenze che col tramonto assumono tutte le tonalità del rosa . Un spettacolo che assume vesti diverse ogni minuto che passa, lì davanti ai nostri occhi. Ma il tempo che scorre ci impone di pensare alla notte incombente. Siamo lì per restarci e dobbiamo scegliere dove accamparci. Si decide per un dosso dolinoso 50 metri sotto la vetta, un pratone libero da rocce, accogliente e soprattutto capace di salvaguardarci in caso di pioggia e abbastanza protetto dal vento che , anche se più debole di prima, continua soffiare fastidioso. Un’armeggiare di una mezz’oretta e il nostro campo è attrezzato. Non rimane che sederci, cenare a base di panini e bere con un buon Aglianico che l’accorto Giorgio ha avuto la saggezza di portare. Tutto era perfetto e il tramonto sul Velino, un pò coperto di nubi a dire il vero, ha fatto il resto. Era quello che cercavamo; la pace lontani dalla confusione della città. Ed era pace vera. Fino a pochi attimi prima del tramonto però; come il sole è sceso , ancora non definitivamente dietro il Velino, la temperatura ha avuto una improvvisa impennata verso il basso. In un attimo ci siamo trovati in una situazione di gelo; impreparati devo dire , pensando di essere ai primi di Agosto. Per fortuna le previsioni davano un netto miglioramento dal pomeriggio del Sabato in poi! Già le previsoni...... mai fidarsi, soprattutto sul Sirente che ancora una volta vuole farci capire chi comanda da quelle parti. Prima la rigida temperatura ci costringe anzi tempo a calarci dentro i sacchi a pelo ben coperti e incernierati dentro le tende, poi un riprendere graduale del vento finisce l’opera costringendoci ad una paradossale ed inattesa “notte in bianco”. Il tempo di godere di una stella cadente chiarissima e spavalda con la sua lunga scia impressa nel cielo nero e della manifesta presenza della “nostra” Via Lattea, attimi rubati con coraggio all’opprimente freddo dei 2300 metri di altezza, che le condizioni esterne si fanno proibitive. Il vento rafforza costantemente; porta con se nubi dense e veloci. Non esiste più nulla, solo la nostra spaventata solitudine sbattuta da un vento “rafficoso” e incessante. Tentiamo di dormire, tranquillizzati dalle condizioni di tenuta delle nostre tende, forse ci riusciamo per pochi attimi ma le folate che sembrano strappare tenda con tutto il contenuto dai suoi ancoraggi ci risvegliano immediatamente. Il freddo condensa il respiro sulle pareti della tenda e ogni folata più forte ci restituisce i nostri vapori sotto forma di leggera pioggia. Non era decisamente la notte che ci aspettavamo. Ma era una notte diversa, che valeva la pena vivere. Per dei momenti ho pensato di essere felice di avere provato anche questa emozione. Comunque intorno alle due di notte ho trovato il coraggio di uscire per controllare gli ancoraggi delle tende. Non c’era che dire; quasi ad aver partecipato ai capi delle giovani marmotte tutto stava tenendo alla meraviglia. Il gran casino era solo un rumore assordante dovuti ai tessuti maltrattati delle nostre tende. Forse il Sirente ci stava parlando ancora e quasta volta chiaramente; eravamo decisamente indesiderati. Ma la notte ancora lunga e fitta, le nubi densissime e il vento allucinante non ci permettevano di scegliere. Il Sirente con buona pace doveva aspettare l’alba, quell’alba che ci sarebbe stata clamorosamente negata. Abbiamo atteso solo una mezz’ora dopo i primi chiarori dell’alba lattiginosa della mattina di Domenica; alle 6 abbiamo cominciato a ricomporre le nostre cose. Non era facile col vento che non ci dava tregua; avete mai provato a piegare una tenda con un vento che soffiava a raffiche per più di 60-70 km all’ora? Comunque l’impresa siamo riusciti a portarla a termine e intorno alle 6 e 20 abbiamo volto le spalle alla croce. La discesa non è stata facile, mentre facile è stato perdere il sentiero e le tracce del percorso; un ritorno sui passi fatti ci ha permesso di ritrovare il giusto sentiero e in una quarantina di minuti siamo giunti all’attacco della Val Lupara. Il vento impetuoso si opponeva alla discesa, ma noi eravamo esausti di essere sbattuti a più non posso; in un’ora circa, forse meno abbiamo guadagnato il bosco e con gli alberi finalmente un pò di pace per le nostre orecchie. Ci siamo fermati per una colazione veloce intorno ai 1800 metri e volgendomi indietro ho avuto la netta percezione che dal Sirente fossimo davvero indesiderati. La cresta di vetta era libera dalle nubi, bella nella sua linea irregolare e baciata dal sole. Che il Sirente per noi abbia con noi un conto aperto? Lasciamo la questione sospesa e riprendiamo decisamente verso valle; il passaggio nel bosco è contraddistinto da mille tonaltà del verde esaltate dal sole del primo mattino. Decisamente un ambiente lontano dalle condizioni vissute fino a pochi minuti prima. Ripensando alla notte trascorsa in bianco, all’avventura vissuta del tutto nuova per noi ci siamo accorti che la paura non ha fatto parte della nostra notte. Attenzione si, ma paura non c’è mai stata e forse anche la convinzione che il Sirente ce l’avesse con noi ha preso altre connotazioni. In fondo la montagna , e che montagna il Sirente, ci ha mostrato tutte le sue molteplici facce. A guardare bene ci ha fatto un regalo, un grande regalo che mai dimenticheremo. Alle 8 e 30 siamo in auto, stanchi ma esaltati dalla notte trascorsa in montagna. E dopo pochi chilometri, dopo il tempo di fotografare la maestosità dei contrafforti est con gli spavaldi, ripidi e infossati canaloni , dopo il tempo di stupirsi ancora una volta della notte passata lassù in cima, eravamo di nuovo a progettare la nuova sortita verso l’alto. Pizzo Cefaloni in accoppiata con L’Intermesoli per i primi di Settembre? Un progetto forse ardito ma sempre e comunque un arrivederci in montagna.
Informazioni Aggiuntive
Come Arrivare Da Roma si prende l'autostrada A24 al casello di Magliano dei Marsi si esce e si seguono le indicazioni per Ovindoli. Attraversata Ovindoli si prosegue fino all'altopiano delle rocche si supera Rovere 500 mt. prima di entrare a Rocca di Mezzo si gira al bivio sulla destra da li la strada prosegue per alcuni chilometri in dierezione Secinaro. La strada segue costa costa il versante nord del Sirente. Oltre un grande altopiano che conduce alla Fossa del Pratiglio, subito dopo la curva due ampi parcheggi, in prossimità delle rovine dello chalet Sirente, permettono di lasciare la macchina.
Elevazione vetta: 2348 Mt. Dislivello: 1170 Mt.
Campo Base a Quota: 2330 Mt.
Tempo salita: 3h50m Sosta in vetta: 13h Tempo discesa: 3h00min