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Monte Elefante da Pian de Valli PDF Stampa E-mail
Scritto da Doriano Rasicci   

Domenica, 29 Marzo 2008

La voglia di godere dei canaloni del Terminillo da una posizione privilegiata si era svegliata da tempo in me. L’idea di scoprire il gruppo reatino da un’altra angolatura che non fosse la vetta del Terminillo era ormai un chiodo fisso nella mia testa.
Il Monte Elefante così frontale alla vetta principale del gruppo era il balcone ideale per buttare uno sguardo.  Vista però la facilità del percorso il Monte Elefante con i suoi 2015 metri di altezza e i poco meno  300 metri complessivi di dislivello, considerando come base di partenza il Rifugio Sebastiani, faceva parte dei progetti per così dire di riserva, quelli che quando si è in mala parata per le condizioni meteo possono rappresentare comunque una via di fuga per l’irrefrenabile voglia di montagna. Una sorta di ruota di scorta insomma. A meno che …
Le forti e continue nevicate del periodo pasquale, protrattesi fin quasi al week end precludevano molti avvicinamenti alle montagne che facevano parte dei progetti di “Aria Sottile”. Monte di Cambio che era in programma per l’uscita di questo week end, con la sua lunghissima cresta poteva rappresentare, in caso di neve non assestata una immane “ravanata”. Si manifestava così l’ipotesi di giocarsi il jolly; era il momento di puntare sul monte Elefante, in fondo faceva parte dello stesso gruppo montuoso, no? Giorgio per motivi familiari e Carolina per motivi di lavoro davano “buca” all’ultimo momento. Favorito dalle condizioni meteo finalmente buone non ho esitato un secondo e ho puntato decisamente, in solitudine, sulla Salaria verso Rieti. Avevo anche un conto in sospeso, non avrei mai rinunciato.
Alle 8 e 03 stavo già con lo zaino in spalla. Come temevo la strada per Leonessa che permette l’accesso motorizzato al rifugio Sebastiani era ostruita da un metro di neve; la carrozzabile terminava ai complessi alberghieri della seggiovia di Pian de Valli, 1670 metri di altezza. L’escursione si faceva già più lunga ed interessante, il dislivello aumentava e la distanza anche e di molto, cosa che rendeva la giornata visto lo splendido cielo azzurro che dominava il paesaggio una promessa allettante; ma c’era ancora un grande dubbio nella mia testa, quasi un incubo. In che stato poteva essere l’immacolato manto nevoso se non aveva avuto modo di assestarsi e metamorfizzare? Andavo incontro al candido manto che ricopriva la carrozzabile con un pò di ansia; sai che nuotata nella neve sarebbe stata da lì per i prossimi 3/4 chilometri se il manto non avesse retto il passaggio? Per fortuna ho trovato un provvidenziale passaggio su racchette che mi ha parzialmente battuto il sentiero, per cui almeno per un tratto ho avuto vita facile ( quasi! ).

Abbandonati gli ultimi tetti dei complessi residenziali e voltato il primo costone del Terminelletto che cade sulla carrozzabile i rumori sono spariti e ho avvertito subito la sensazione di essere solo. Intorno solo candidi pendii immacolati. Solo le tracce delle ciaspole mi ricordavano che non ero poi così lontano dalla civiltà , ma ben presto la ciaspolata aveva il suo termine; nessuna romantica passeggiata nella neve immacolata, piuttosto la necessità di isolare dalla neve accumulatasi una vettura rimasta bloccata dalla furia della natura. Avevo fatto nemmeno un chilometro che mi trovavo nella  più assoluta verginità del territorio. La strada-percorso era ora un immacolato fiume di neve che aspettava solo che ci affondassi i miei passi. Uno dopo l’altro, lentamente, sprofondavo i miei passi fino al ginocchio, la fatica si faceva subito sentire e alle condizioni ho adeguato il mio procedere, ora lento e cadenzato da momenti di riposo. Era ciò che temevo di incontrare ma quella sensazione di solitudine assoluta e la voglia quasi di dialogare con una natura che mi stava facendo sudare la confidenza che mi stavo prendendo mi stavano caricando. Non era più importante la prestazione ma vivere passo dopo passo la fatica, la gioia di farcela, il silenzio interrotto solo dal mio respiro affannoso e dal rumore, tenue, della neve che si faceva profanare dai miei passi. Il perché volessi essere in montagna questo giorno, prendeva ancora più consistenza.
Passo dopo passo, tutti estremamente lenti e sudati, sono arrivato in vista del rifugio, ovviamente chiuso e isolato; sono passato sotto fino a raggiungere quello che dovrebbe essere un curvone proprio sotto il rifugio stesso che rappresenta l’inizio del percorso  per il Monte Elefante; un pianeggiante sentiero appena percettibile nelle onde che la neve formava sulla parete procedeva fino ad insinuarsi tra il Monte Rotondo e l’Elefante. Rappresenta il sentiero consigliato dalle carte; un attimo per riposare e decidere, ho consultato la carta e ho deciso di avventurarmi sul ripido versate che avevo di fronte. La carta lo riporta come la Pratorecchia, sopra di me lassù erano ben visibili delle rocce che lasciavano immaginare e sperare una panoramica cresta. Ero stanco di camminare incastrato in basso; ho calzato i ramponi perché nel frattempo la neve dava segni di essere più consistente e perché avrei avuto a che fare con una pendenza insidiosa e ho preso di petto la salita verso l’alto. Ogni passo verso l’alto apriva un panorama grandioso sulla valle sottostante e sulle bastionate del Terminillo, la salita tagliava le gambe ma in compenso la neve ora teneva; almeno nel procedere ero pari. Ampi tornanti a smorzare la violenza del dislivello e in una trentina di minuti mi trovavo in prossimità delle rocce. Con la curiosità di un bambino mi avvicinavo alla sommità con la curiosità di guardare oltre; ed è stato magnifico. Di là un profondo vallone ( di Capo Scura )  era sovrastato dalle ripidissime pareti  del Brecciao e del Ritornello verso est e dalle lunghe dorsali del Monte Porcini ad ovest e dal Monte di Cambio a nord. Dietro, in lontananza giocavano a confondersi le vette dei Sibillini e della Laga. Se mi voltavo la parete del Terminillo con i sui canaloni incombeva sul territorio. Il silenzio era assoluto, una leggera brezza fresca col leggero sibilo che poteva provocare, era la colonna sonora a quel momento.

Il tempo di godere dello spettacolo nuovo ai miei occhi e di riprendere un regolare ritmo del respiro. Da lì in avanti il percorso era segnato dalla natura. Un anfiteatro naturale sormontato da una lunga cresta con a tratti delle cornici nevose sporgenti portava direttamente in vetta all’Elefante, da quel punto di osservazione, una elegante e slanciata vetta sprofondata nell’immenso blu del cielo. Una volta varcata la cresta , nel versante sud del gruppo , lo stato della neve battuta dal sole a perpendicolo cambiava drasticamente. Di nuovo mi ritrovavo con la neve fino ai polpacci e qualche volta fino alla coscia, Avanzare era diventato più difficoltoso, ma le soste per scattare qualche foto e  per ammirare il panorama mi permettevano di barare con me stesso. Tiravo il fiato e mi entusiasmavo di ciò che avevo intorno e della solitudine che vivevo. Procedevo lentamente, la solitudine e il paesaggio che favoriva l’approccio con i propri pensieri era totale e perfetta; la fatica che stavo provando nell’avanzare era il prezzo che dovevo pagare per tutto quel bello che mi veniva offerto senza avarizia alcuna. Dovevo scendere un poco, perdere di quota,  per attraversare la cresta che mi avrebbe portato all’attacco finale dell’Elefante; in linea d’aria era lì, se non pensavo alla lotta che dovevo intraprendere con la neve sarebbe stato un gioco da ragazzi; sapevo invece, se lo stato della neve non fosse mutato,  che sarebbe stata un fatica immane su un pendio via via più ripido.
E così è stato fino alla fine. L’attacco al pendio finale della vetta è stata una nuotata con la neve fino alle cosce per diversi punti, la fatica era devastante, il procedere lentissimo. Guardavo la vetta , lassù, dolce e sprofondata anche lei ma nel profondo blu del cielo e quasi ci parlavo. “ Perché resistermi con tanta cattiveria? Perché ostacolarmi con così tanta tenacia? Ho tempo quanto ne voglio, lo sai che ti vincerò” gli dicevo.
E passo dopo passo, affanno dopo affanno, l’avanzare è andato mano a mano sprofondando sempre meno, il pendio sotto i miei piedi si faceva meno aggressivo,  l’orizzonte si allargava la stanchezza lasciava il posto alla gioia. Ero sulla comoda, larga e arrotondata piazzola della vetta dell’Elefante. Erano le 11 e 15 , 3 ore e un quarto di estenuante  lotta per coprire 300 metri di dislivello e appena 4 chilometri di percorso. Ma ero felice, immensamente felice di aver fatto tutto questo. Subito il resto del programma che avevo previsto per la seconda parte della giornata mi è parso impossibile da realizzare infattibile, le vette del Brecciao e del Ritornello erano vicine ma tra me e loro c’era una affilatissima e insidiosa crestina di neve. Tropo infida e troppo inconsistente la neve, ero solo e stanco. Poteva bastare.
Lo sguardo come in tutte le vette sopra i 2000 raggiungeva quasi tutti gli appennini. La luce accecante e l’ottima visibilità permettevano di abbracciare tutte quelle vette familiari che erano state per qualche istante la mia casa. Da est verso nord : l’imponenza del vicino  Terminillo, Monte Porcini, Monte di Cambio, e poi dietro i Sibillini, la Laga, il Gran Sasso. E ancora continuando verso sud est, il gruppo del Velino. Tutto era ammantato di neve. Ho scattato un numero inimmaginabile di foto; ero un bambino alle prese col suo giocattolo e con la felicità repressa che si liberava. Anche le condizioni meteo mi stavano ripagando, quasi fosse il premio a tanta fatica. Ma non bastava l’immensità del panorama che mi veniva regalato? Un sole cocente e la quasi assenza di vento mi hanno permesso una lunga permanenza in vetta. Mi sono seduto; quaranta minuti di assoluta solitudine, di silenzio. Ad ascoltare bene, il rumore più forte che potevo udire, poteva essere la mia serenità e il mio stupore per il momento perfetto che stavo vivendo. Solo vastità di vette e valli , solo lo sguardo che sfuggiva negli orizzonti profondi alla ricerca di montagne conosciute, solo calore, serenità, silenzio. Un momento perfetto.  Perché l’uomo si affanna nella ricerca del bello  così difficile da raggiungere quando è così vicino a noi e chiede solo di essere scoperto e rispettato? Ma questo è un altro discorso.

Non avrei  mai voluto abbandonare quello spicchio di mondo e quello stato di serenità, ma si sa le cose belle volano velocemente. Non mi sono nemmeno accorto che era già passata un’ora da quando ero arrivato. Sapendo che il calore del sole avrebbe peggiorato la consistenza della neve , mi ero già preventivato un ritorno ancora più difficoltoso e faticoso. Così alle 12 e 15 ho lasciato quello spicchio di paradiso. Un rapida puntata  al vicino Monte Valloni un 2004 che secondo me potrebbe essere annoverato come secondaria vetta dell’Elefante piuttosto che vetta a sé stante e ho preso per il ritorno. Aiutato dal pendio in discesa  e dalle tracce della salita, in meno di 40 minuti ero già sui pendii di Pratorecchia; ancora una rapida discesa e raggiungevo il rifugio Sebastiani in un’ora dalla partenza dalla vetta. Da lì in avanti, lungo il “sentiero-strada” procedere è stato massacrante. La temperatura era salita tanto che ho potuto togliere la giacca e rimanere smanicato, ma questo ha reso la neve bagnatissima e inconsistente. Non più di due passi consecutivi che il successivo finivo sprofondato fino al ginocchio quando andava bene se non fino all’inguine. Quasi due ore per percorrere 2 chilometri di sentiero, ma alla fine passo dopo passo sono arrivato stanco ma soddisfatto e orgoglioso di aver vinto la fatica. Alle 14 e 40 finiva la mia personale odissea.

Ed ora per finire ma non perché meno importante il motivo per cui non avrei e non ho potuto rinunciare a raggiungere oggi la vetta di un monte. Non ho mai pensato di dedicare una vetta, questa volta volevo invece farlo, ci ero partito per farlo, e l’immensa fatica sostenuta per raggiungere la vetta mi dà ancora più motivo: all’inizio di questa settimana mio suocero, una persona importante nella mia vita se ne è andato. Francesco, la fatica di questa giornata e questa vetta sono dedicate a te; che il viaggio che hai appena intrapreso sia bello come questo mio piccolo di questa giornata.

E per una vita che se ne va una che viene a curiosare in questo magnifico mondo. Ieri il nostro Diego e sua moglie Linda ci hanno portato Davide. Una dedica anche a te e che un giorno tu sappia godere di queste meravigliose montagne. Buona fortuna.

Da ultimo ancora una dedica non prevista e che è nata da una notizia appresa per radio stamane mentre venivo: a Walter Bonatti che finalmente, dopo più di 50 anni, ha avuto riconosciuta la sua onestà di uomo e di alpinista sulle famose vicende accadute sugli ottomila del K2 nella conquista italiana della seconda vetta del mondo.

Informazioni Aggiuntive 



Come Arrivare Da Roma per la Salaria le indicazioni sono sufficienti. Giunti a Pian dei Valli si prosegue sulla strada principale la S.S. 4 bis in direzione Leonessa. La strada in inverno è piena di neve non appena si lascia la macchina in prossimità dell'abitato di Pian de Valli è possibile seguire il visibile sentiero fino al rifugio.

Elevazione vetta: 2015 Mt.
Dislivello: Circa 300 mt.

 

Tempo salita: Nd.
Sosta in vetta: Nd.
Tempo discesa: Nd.

Stagione: Invernale
Clima: Soleegiato

Altezza della neve:

Partecipanti: Doriano Rasicci



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