Il mese di Giugno è stato, metereologicamente parlando e per chi ama andare per montagne, un vero disastro. I week end comunque piacevoli e passati a recuperare i tempi negati alle famiglie e agli impegni perennemente rimandati si concludevano sempre con un pensiero alle cime non vissute.
La voglia di salire su qualche vetta stava diventando una prorompente smania.
Il forum di Aria Sottile è da tempo poco frequentato; le proposte languono e gli impegni presi sono a lunga scadenza per giornate impegnative e gloriose sul sentiero del Centenario.
Finalmente il terzo week end del mese vedeva consolidarsi la tanto agognata alta pressione e insieme alla pressione atmosferica saliva la mia voglia di montagna.
E’ così che è nato il progetto di vivere da solo una esperienza che riuscisse insieme a placare la mia voglia di montagna e il mio desiderio di vivere un vecchio sogno nostalgico.
Volevo rivedere, dopo tanto tempo, il mio amato laghetto di Pilato, quel piccolo “lago dagli occhiali” incastonato nel suo verde smeraldo all’interno dello stupendo anfiteatro dolomitico delle creste intorno al Vettore che è stato il teatro della mia prima esperienza montana in compagnia di mio padre e mio fratello.
Tante volte, tutte ormai antiche, avevo vissuto la placida e misteriosa atmosfera del laghetto, ma mai avevo calcato quelle creste che dominano il suo alveo.
E quale migliore occasione poteva rivelarsi in un momento in cui il gruppo recalcitrava ai richiami della montagna?
Il percorso in cresta sopra il lago, incompiuto questo inverno a causa delle giornate troppo corte, poteva finalmente chiudersi e poteva sancire la coronazione di un antico desiderio, quello di calcare lo sperone imponente che domina il lago, Pizzo del Diavolo; inoltre si sarebbe certamente rivelato ai miei occhi l’amato “ombelico” smeraldino dei Sibillini e non da ultimo avrei potuto godere nell’altro versante della coloratissima e famosa fioritura dei piani di Castelluccio. Tutte idee che al solo concepirle mi davano già emozione sono diventate progetto nell’arco di pochi istanti.
Poi nella vita accade ogni tanto qualcosa che è raro, che non puoi costruire e che non puoi fermare quando si chiude. L’amicizia, che come l’amore segue i suoi percorsi imperscrutabili.
Solo venti minuti dopo che l’idea delle creste sibilliniche è diventata progetto mi chiama Giorgio per cercare di coordinare le prossime ferie comuni. Non posso evitare di comunicargli la mia intenzione ma senza volere incoraggiarlo a seguirmi. Sarà l’entusiasmo che ho comunicato, sarà che anche Giorgio è da tempo che non vive come deve ( a parte la piacevole esperienza vissuta con Elisa, sua figlia di 6 anni, sul Monte Elefante ) una esperienza importante di montagna, alle 4 e 40 di Sabato me lo ritrovo sotto casa pronto e pimpante per puntare verso I Sibillini.
Alle 7 siamo già con lo zaino in spalla a calpestare l’ormai conosciuto e facile sentiero che da Forca di Presta punta alla vetta del Vettore.
La mattinata è fresca, pulita e piacevole per sudare sui sentieri montani.
Con l’allenamento che abbiamo, raggiungiamo il Vettoretto a quota poco superiore i 2000 metri in meno di un’ora, e lungo il sentiero , in preda a chissà quale euforia da prestazione Giorgio avanza l’ipotesi di chiudere il giro di cresta raggiungendo il lago di Pilato per la valle Gardeccia; non aspettavo altro che di sentire questa musica. Significava dover percorrere un anello di circa 14 Km, di salire 6 vette oltre I 2200 mt , di percorrere una cresta lunga e affilata e di scendere fino ai 1900 mt del lago per poi risalire probabilmente in preda al caldo cocente della giornata e alla stanchezza del percorso lasciato alle spalle, fino e di nuovo ai 2200 mt della cresta nord del rifugio Zilioli, ma tutto questo era semplicemente l’idea perfetta che avrebbe tramutato la giornata in un momento epico.
Forse Giorgio aveva colto il mio intimo e il mio rapporto con quei luoghi?
Sul Vettoretto lasciamo il corteo di gente che sale e il sentiero consolidato per aggredire la ripida cresta di Cima di Prato Pulito. Una “scorciatoia” faticosa ma di soddisfazione ci fa raggiungere la cima ai suoi 2373 metri alle 9 precise con un notevole anticipo su chi aveva preferito allungare fino al Zilioli per salire la più affilata ma meno ripida cresta est della montagna.
In un’ istante si consolidano 2 delle mie mete. L’occhiale smeraldino si mostra, straripante di acqua ed ammaliante nelle sue tante tonalità di verde, alla mia vista e dentro di me una antica emozione si riaffaccia quasi a soffocare la mia voglia di aria. Di là da quella cima, verso ovest si apre il coloratissimo piano di Castelluccio e di Giorgio, in tutto questo, mi sorprendono le sue smorfie di stupore.
La cresta fino allo scoglio di Pizzo del Diavolo è spavalda di fronte a noi a formare un arco di rocce e sfasciume imponenti , la valle sottostante dominata dal laghetto si apre sullo sfregio della Sibilla e sulle geometriche campagne marchigiane fino al promontorio nativo del Monte Conero. Una dolce e antica sensazione di essere sulle montagne amiche di casa mi pervade.
Assillo Giorgio per farmi fotografare al cospetto del lago e dei miei monti ma questo, ahimè per lui, sarà il motivo ricorrente della giornata; ero un bambino a cui hanno riconsegnato un gioco della sua infanzia, intatto, smagliante e più bello che mai.
Ripartiamo e in un attimo , alle 9 e 20 siamo in vetta a Cima del Lago a 2422 mt avamposto di quest’inverno e limite delle nostre conoscenze sui Sibillini. Da questa vetta la cresta che ci divide dalla meta si fa affascinante e ci attira come in preda ad una frenesia. Dopo averla sognata l’inverno scorso, percorrerla da ebrezza e allegria. Alle 10 siamo in vetta ai 2448 mt di Cima del Redentore, dove incontriamo un amico marchigiano, Paolo di Macerata, impegnato nel nostro stesso itinerario ma con verso contrario. Il suo entusiasmo per quelle montagne e per quei panorami è incontenibile, prende appunti, altimetrie, orari di percorrenza per riempire un sito in costruzione che sarà un’ ulteriore faro nel panorama degli appassionati dell’appennino. Cima del Redentore è di pochi metri inferiore alla più alta vetta dei Sibillini, il Monte Vettore, è la vetta più alta di tutta la cresta, la vetta più alta dell’Umbria ma rimane semplicemente e solamente il crocevia per quell’esile sentiero che si dirama verso il centro della conca glaciale e che scende lentamente verso lo “scoglio del lago” o Pizzo del Diavolo. I suoi 2410 mt che si raggiungono i soli 10 minuti dalla Cima del Redentore, sono uno balcone mozzafiato che si espone al di sopra del lago di Pilato. Il passaggio sulla sua corta ed esile crestina in certi tratti stordisce per la bellezza e l’esposizione del posto. Intorno si apre tutto il circo glaciale, tutte le creste del bacino del lago di Pilato. Solo una sapiente mente, come fosse quella di un architetto votato al bello poteva concepire questo istmo nel vuoto, questo punto di osservazione privilegiato, questo dirompente salto nel nulla. Mentre percorrevo quella crestina e mi avvicinavo al punto sognato per più di 20 anni l’emozione mi prendeva e non ho potuto fare a meno di sorprendermi commosso. Tutto era magnifico, imponente, strapiombante, vertiginoso. Il lago la sotto era una macchia scura leggermente crespata dal vento. Le misure si perdevano insieme alle proporzioni. Cinquecento metri di assurda verticalità ed in fondo il mio gioiello di smeraldo. In bilico sulle rocce più esterne e più ardite mi godevo il momento e la paura di quella esposizione, il fascino del luogo, la poesia che lo stesso emanava nella mia mente. In pochi momenti la natura mi ha dato così tanto; si era realizzato un sogno antico e aveva mantenuto tutte le sue promesse. Foto, foto e ancora foto ma anche lunghi momenti a fissare lo spettacolo che mi si offriva di vedere.
Ma quella che doveva essere la meta finale della giornata era diventata
solo una tappa e per giunta ancora periferica rispetto alla complessità
del giro proposto da Giorgio e alle 11 meno un quarto abbiamo ripreso
per la Cima del Redentore dove oramai affollata abbiamo consumato il
rituale della foto in vetta. Un salto in discesa e alle 11 e 20
eravamo già sulla Cima dell’Osservatorio, una vetta di cresta di 2350
mt che a dire il vero di vetta ha molto poco visto che si tratta di un
punto di passaggio un po’ più elevato rispetto al resto del percorso.
Un’ ordinato strato di rocce, troppo ordinato nel sua geometrica
disposizione per essere naturale, ci ha fatto pensare a resti di una
costruzione; che fosse un osservatorio antico sulla piana di
Castelluccio da cui poteva originare il nome del luogo? Non saprei, ma
mi piace pensarlo.
Una sosta con vista sui colori dei campi coltivati a lenticchia
sdraiati sui soffici crinali di cresta ci ha permesso di riflettere
sulla bontà della scelta di chiudere il giro fino al lago. Convinti,
soprattutto Giorgio che ha sentito tante volte raccontare del Lago di
Pilato senza mai averlo visto e che sfiorava ora l’idea di poterlo
vedere da vicino , si ripartiva di buon passo tenendo sempre la linea
di cresta , una cinquantina di metri al di sopra del sentiero
tracciato. Alle 11 e 50 eravamo sulla quarta vetta della giornata ,
Quarto San Lorenzo, un monte di 2247 metri ancora più anonimo e ancora
più passaggio di cresta. Da lì una discesa ripida, lunga e veloce sui
pendii nord ci portava all’unico passaggio possibile verso la
sottostante valle Gardeccia, Forca Viole, che si apriva con i suoi
1960 metri come fosse una porta di accesso al lago di Pilato. Da lì in
un’ora di sentiero ben tracciato, quasi completamente a livello di
quota ma a lunghi tratti ricavato su una desertissima e arroventata
pietraia si raggiungeva l’imponenza dello “scoglio del lago” e si
godeva della perfetta visuale del cerchio glaciale di fine vallata che
ospitava l’ormai prossimo laghetto. Il monte Vettore ad Est del
tracciato sembrava una collina modesta rispetto alla dolomitica
presenza del Pizzo del Diavolo. Ricordo la prima mia visita in quel
luogo e riprovo ancora oggi quell’antico rispetto misto a timore che
quella roccia imponente comunicava. Uno scoglio di diverse centinaia di
metri a picco sul lago, placche lisce miste a caverne, con una
verticalità assoluta che a tratti sconfinava in una assurda e
inconcepibile pendenza negativa; era uno spettacolo da sotto come lo
era stato da sopra. Guardavo con rinnovato stupore quella meravigliosa
sporgenza ma sentivo crescere la frenesia e la presenza del lago.
Sentivo il legame che mi univa a quel lago farsi prepotente. Stava
sparendo ogni interesse per tutto il resto, spingevo sulle gambe
nell’ultimo tratto misto di sfasciume e prateria in leggera salita.
Sapevo, conoscendo il posto che si trattava dell’argine del lago quasi
fosse un’opera dell’uomo a creazione dell’invaso. Salendo verso la
sommità della “diga naturale” ho ceduto il passo a Giorgio. Volevo
fare gli onori di casa, quasi presentare come avesse un’anima, una
personalità, un cuore quel luogo a me tanto caro.
E mentre Giorgio andava verso gli ultimi metri di prato che lo
dividevano dal lago le mie gambe rallentavano senza aver ricevuto
comandi; ricordo confusione, emozione. La fatica non esisteva più, ero
leggero e frastornato. Mi ritornava in mente quella lontana giornata
della prima conoscenza col lago, mi ritornava in mente mio padre fiero
di esserci arrivato farsi fotografare come un re vittorioso lì, proprio
sotto quello scoglio a dominare il lago. E non ho potuto trattenere le
lacrime. Mi sono fermato, tutto si era fermato accanto a me, forse
anche il tempo. Guardavo quel luogo dopo tanti anni, come immutato,
come ci fossi stato la settimana precedente, come se mio padre invece
di rimanere a casa fosse di nuovo mio compagno di avventura. Quanto mi
sembravano lontani quei pochi metri che mi dividevano dallo specchio
d’acqua, come avrei voluto che non terminassero mai. Ho desiderato
tanto ritornare ed ora che ero lì avevo timore di consumare il momento.
Lenti passi mi hanno portato a scorgere le prime increspature
dell’acqua e le prime tonalità del verde smeraldino. E la gioia ha
preso il sopravvento sull’emozione. Dopo una ventina d’anni ero di
nuovo nel luogo che possiede un pezzo del mio cuore. Mi sono seduto su
una roccia dominante il lago ed ho goduto del momento.
A parte qualche foto condivisa con Giorgio il resto è appartenuto solo
al mio intimo. Amo quel lago e amo le emozioni che quel luogo riescono
a darmi. Non importa se non è razionale. Quell’angolo di mondo
appartiene al mio immaginario.
Non avrei mai voluto muovermi da lì ma dopo una mezz’ora abbiamo
ripreso il lungo sentiero tra il pietrisco e tra i passeggini di 1°
grado del versante opposto che avrebbe ricondotto verso la cresta del
rifugio Zilioli e quindi a casa. Il sentiero in leggera salita offriva
viste sempre mutevoli sul lago. L’incidenza del sole sull’acqua che
variava insieme al nostro procedere sul sentiero offrivano riflessi di
tutte le tonalità di blu e verde che il lago potesse offrire. Forse
non ho mai distolto lo sguardo dal lago finchè mi è stato concesso. In
prossimità della forca delle Ciaule ho seguito con lo sguardo lo
scomparire del lago fino a che fosse negato alla mia vista. Temevo
quell’istante, e quell’istante era arrivato. Ora non c’era più il lago
e la fatica tornava imperiosa a farsi sentire. Il tratto erboso fino al
rifugio Zilioli è sembrato ripidissimo e interminabile. Una sosta al
riparo dal sole in prossimità del rifugio ci ha fatto tirare il fiato e
soprattutto ci ha permesso di riprendere una ragionevole temperatura
corporea. Il sole era violento e la vallata non lasciava scampo.
La discesa verso Forca di Presta e quindi verso l’auto è stata una
veloce cavalcata di poco più di un’ora. Ormai senza più alcuno
interesse che non fosse quello di riposarsi e di dare libertà ai piedi
massacrati dal tanto camminare puntavamo alla meta come due treni.
Alle 16 e 50 potevamo stenderci sul morbido e fresco parto accanto alla macchina.
Dieci ore di cammino tra vette, creste, al cospetto di precipizi , in
valle e intorno al mio amato lago, una giornata piena piena di
emozioni, di meravigliosi panorami, di fatica superata di slancio e di
sofferenza contenuta a stento per l’eccessivo calore .
Dieci ore di vita intensa, amata e voluta.
Non mi aspettavo una tale bellezza. Ambiente raccolto, colori turchesi. Creste da sogno. la conca del lago ?n gioiello.
Strano davvero, che non sia pi?bblicizzato. E' uno dei posti pi?fascinanti degli Appennini, senza dubbio, (in versione estiva)
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