Cima di Vallinfante, Cima di Vallelunga, Monte della Sibilla
Scritto da Doriano Rasicci
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"Del domani non ho paura."
Una considerazione che è stata fatta a conclusione di uno scambio di vedute tra due amici solo pochi giorni addietro, mi è ritornata a mente durante tutta questa splendida giornata.
Gli amici si parlano, si aiutano, si sostengono e trovano fiducia nei giorni a divenire.
Oggi, io e Giorgio, amici già tra noi di una amicizia nata e consolidatasi sui sentieri, abbiamo dialogato con un’amica particolare, affidabile e certa, difficile da conquistare ma proprio per questo una volta avuta, capace di darsi completamente, sempre presente ad attendere un nostro approccio ed insieme schiva e silenziosa.
Oggi io e Giorgio abbiamo avuto un contatto sublime con la nostra amica montagna.
Il nostro oggi, il “domani di ieri” è iniziato alle 3 e mezza di una mattina tiepida e calma di ottobre. La sveglia ha suonato in anticipo rispetto all’appuntamento, la voglia di vivere ogni istante, compresa la mistica preparazione della giornata, rendevano il domani diventato oggi, pieno di attese ed aspettative. Un caffè preso con i pensieri rivolti a cercare di immaginare le creste che avremmo calcato da lì a poco e le fatiche che avrebbero dato più valore alla giornata è sorseggiato lento e caldo.
Gesti lenti per non consumare il tempo e per cercare di vivere ogni minimo gesto teso al compimento della giornata.
L’appuntamento sotto casa era fissato per le 4 e mezza; sono sceso con venti minuti di anticipo perché trovo che il gesto di attendere che il desiderio diventi realtà possieda un suo fascino particolare. Forse anche Giorgio la pensa così perché non passano cinque minuti che spunta già dal fondo della strada.
Abbiamo davanti circa 200 km di viaggio ma non siamo per niente distratti da ciò che a quell’ora sarebbe già un’impresa per la stragrande maggioranza degli uomini.
Il viaggio si consuma tra un vortice di chiacchiere e di confronti come solo due amici che non si vedono da un paio di settimane sanno fare. Piacevole già fosse solo questo il motivo della giornata.
Le ultime valli, prima di salire le coste del Vettore, dopo le gole del Fiume Velino, si manifestano come da consuetudine avvolte da una nebbia foriera della stagione invernale incombente. Intorno sentiamo già la presenza delle montagne a noi note, il Terminillo e la Laga .
L’auto fila silenziosa verso la meta con il suo piccolo universo che trasporta, fatto di racconti e riflessioni della vita quotidiana nonché delle nostre aspettative di passione e avventura.
Superiamo Arquata del Tronto e ci inerpichiamo per i tornanti che salgono le coste del Vettore sbucando dalla nebbia . I paesini di Piedilama e Pretare sono immobili e silenziosi, nemmeno i classici fili di fumo dei camini testimoniano la presenza umana. Sopra di noi la presenza dell’incombente parete del Vettore si manifesta per un leggero contrasto tra il buio della roccia e il poco meno buio di un cielo sfiorato dall’alba quasi imminente.
Mano a mano che divoriamo i tornanti e saliamo di quota, la poesia di quel momento pieno di attese si fa perfezione. Lo sguardo verso sud si posa sulla linea delle creste ancora scura orlata da un tenue rosso albeggiante; il cielo cambia mille tonalità staccandosi dalle creste indefinite e ancora avvolte dalla notte appena passata. Da un tenue rosa messaggero della nuova giornata ad un ancora più tenue azzurro che degrada velocemente verso il blu e ancora di più verso il nero della notte. Sotto, le valli immerse nella nebbia lasciano intuire la presenza dei paesini solo per via dei bagliori tenui dell’illuminazione pubblica che come tanti fantasmi formano delle impalpabili processioni di fiochi lumini.
E’ un tumulto si emozioni, velocissime. Ogni istante è il parto del precedente; le luci cambiano e modificano il paesaggio in un tempo più veloce di quello che i nostri sensi riescano a gestire. La luce del sole appena spuntato e che immagino ancora a pelo sull’orizzonte del mare si appropria del mondo e ci riconsegna le immagini a noi familiari. I boschi, le rocce, i sentieri già calpestati, le vette lontane, tutto ritorna a parlare la lingua a noi più congeniale. La magia del tempo che scorre si è manifestata prepotentemente in pochi istanti e ci consegna di forza al fascino che siamo venuti a cercare, alle creste e vette che ci invitano a riprendere la strada.
Superato il valico di Forca di Presta si apre davanti l’immenso catino del Pian Grande di Castelluccio ; e scendere i primi tornanti è come immergersi con un sottomarino. L’impressione è quella di un immenso calderone di una fattucchiera con il suo contenuto lattiginoso da cui sbucano solo le cime delle sommità più elevate, poi dopo i primi tornanti a scendere veniamo di nuovo avvolti dalla nebbia. Ci siamo immersi con nostro sottomarino e tagliamo il Piano , lentamente e seguendo il bordo della strada leggermente percepibile fino a risalire i pendii di Castelluccio. Fuori dalla nebbia di nuovo, la Cima di Vallinfante si manifesta subito davanti a noi e ci richiama prepotentemente al progetto per cui siamo lì. Ancora pochi tornanti e svoltiamo per il Monte Prata, dove presso l’ampio parcheggio degli impianti sciistici parcheggiamo la nostra auto “anfibia”.
E’ come tornare a casa dopo pochi mesi dalle ultime scorrerie estive e come sempre tornare a casa è bello. In un quarto d’ora siamo pronti, carichi dei nostri zaini non facciamo nemmeno caso alla temperatura di zero gradi e ci incamminiamo lungo la strada brecciata che ci condurrà all’attacco del sentiero del Monte Porche. Sono le 7 e 15.
Lungo la strada chiamiamola di collegamento, gli sguardi vengono rapiti dal paesaggio del Piano Grande e di Castelluccio che emerge dalla nebbia quasi fosse un’isola sperduta in un mare calmo e lontano. Intorno le montagne sembrano formare le sponde di una immensa caldera. Ci meravigliamo di tanta bellezza, ci stupiamo di quanto in fondo basti così poco per predisporre l’animo alle cose belle.