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La sortita estiva sui Sibillini è un po’ una tradizione e un po’ un richiamo obbligato dovuto alle ultime scorrerie estive. La tradizione vorrebbe la solita puntata al laghetto degli occhiali, meta estiva, quasi ferragostana e quasi a carattere strettamente familiare, ma le frequenti e recenti escursioni al lago e dintorni e il desiderio di calcare le creste di tutti i versanti dei Sibillini soprattutto quelle non facilmente raggiungibili da Roma mi hanno portato a cercare altre mete.
Studiando la carta con un occhio e un ricordo ai progetti estivi che non siamo riusciti a concludere e tenendo conto che la cresta Porche/Vallelunga/Sibilla può essere un programma invernale facilmente attuabile anche da Roma la scelta del percorso è diventato quasi obbligato. Con sorpresa trovo anche due compagne di camminata, Daniela, la mia cara cognatina e Claudia una sua amica. Poco allenate ma desiderose di passare un po’ di tempo nelle conosciute montagne di casa.
Partendo da Ancona la località di Pintura nei pressi di Bolognola è raggiungibile in un’ora e mezza di auto. Da lì, con una bianca e carrozzabile strada brecciata neanche troppo sconnessa si raggiunge agevolmente il rifugio del Fargno a 1811 metri di altezza, sulla ventosa, panoramica e omonima forcella a cavallo tra il versante vissano e quello di di Sarnano-Bolognola.
Il rifugio Fargno è già nel cuore del massiccio; Ussita è là sotto incastonata nel verde bosco di valle e dominata dalla ripida e rocciosa parete nord del Bove. Da questo balcone dalla posizione invidiabile e ottimale risulta evidente la caratteristica unica dei Sibillini che vede un’andamento sinuoso delle sottili creste ad unire le più alte vette del gruppo e a dividere le profonde valli dei vari versanti. Ho lasciato l’auto nell’ampia sella accanto al rifugio; davanti, verso nord si alza il morbido versante del Monte Rotondo dominato dal taglio della strada che sale da Ussita; davanti, verso ovest la profonda valle di Ussita è dominata dal paretone del Bove e dalla lunga cresta che divide le omonime vette Nord e Sud. Dalla vetta del Bove Nord il profilo scende di 200 metri fino alla Forcella della Cervara che con agile cresta si congiunge alla spavalda vetta del Pizzo Berro prima tappa del programma della giornata.
Il Berro dal rifugio del Fargno, dopo un sentiero che traversa a mezza costa il versante ovest del Pizzo Tre Vescovi e che si mantiene in quota fino alla forcella di Argagnola, ancora a 1924 metri, si eleva accuminato con una crestina sottile e a prima vista ardita.
Alle 9 e 15 stiamo già inerpicandoci per quel sottile sentiero che punta verso l’alto e che nascosto tra le rocce non da modo di intuire il percorso. Più agile di quanto si dimostrasse dal basso anche se a tratti ripido ed esposto, mi permettere di raggiungere in tempi brevi le pendici rocciose della vetta. Alle 10,10 mi trovo negli sbalzi di roccia che anticipano la vetta e che scendono in un balzo unico sull’altro versante. A breve, dopo una ventina di minuti Daniela e Claudia mi raggiungono. Molto scenografica ed esposta la vetta del Pizzo Berro (2259 mt) si apre verso le maestosità degli scenari degli appennini che dal vicino Porche si allontanano verso il complesso Vettore/Redentore prima e verso la Laga per arrivare fino al Gran Sasso. L’accuminato profilo del Berro scende con ancora più accentuata pendenza verso la sottostante sella e la contigua affascinante e sottile cresta che sale al Priora. E’ un susseguirsi di gitanti verso la vetta. La croce in cima alla montagna è visibile da tutto il percorso di cresta che a tratti e per balzi successivi si fa stretta e rocciosa. In poco meno di mezz’ora percorro la famosa e tanto fotografata cresta e alle 11 sono al cospetto del mare Adriatico. La vetta ( 2332mt ) è affollata da un notevole gruppo di escursionisti; intenti a godersi il sole e il piacevole clima, hanno trasformato la sommità di un monte in qualcosa che somiglia molto alla battigia del vicino mare Adriatico. Una sorpresa poco piacevole per chi frequenta la montagna con altre motivazioni e che conferma l’inevitabile preferenza delle stagioni fredde rispetto a quella estiva. Il tempo di qualche foto che faccio e che mi faccio scattare, il tempo di fissare i contorni del territorio per valutare una “pettata” dalla sottostante valle dell’Infernaccio che riparto per il mio giro di vette.
Scendendo per la via di salita incrocio Daniela e Claudia che annaspano alle prese col fiato corto, ma che dalla luce degli occhi che vedo hanno giurato a se stesse e alla montagna di raggiungerla ad ogni costo. Un saluto e via di nuovo. Ogni tanto mi fermo per studiare la valle della sorgente del Tenna che potrebbe essere un altro interessante punto di risalita, molto ardua e faticosa, ma certamente molto molto suggestiva.
Alle 12,20 sono già sul il traverso che taglia le pendici del Berro. Un tratto in piano e agevole che risparmia il ripido passaggio in cresta. In poco meno di mezz’ora sono alla base del Pizzo Tre Vescovi, di nuovo sulla Forcella dell’Argagnola. In sella c’è un gruppo di “aviatori modellisti” che stanno lanciando i loro bolidi aeroplanini a folle velocità lungo le pendici dei due valloni. Mi siedo lontano da loro per riposare, rifocillarmi e gustarmi le acrobatiche evoluzioni sibilanti. E anche per riflettere sulle molteplici possibilità che la montagna regala per vivere pezzi di vita interessanti.
Riparto di slancio per affrontare la prima sezione del pendio del Pizzo Tre Vescovi, la parte più ripida che con ampi tornanti permette in breve tempo di salire di quota e di gustare l’imminente croce di vetta. Dopo il primo ripido e affannoso pendio salendo modestamente di quota e toccando diverse gibbose anticime raggiungo poco prima delle 13 la croce di vetta e i suoi 2092 metri. Sono solo; dopo l’affollamento del Priora questa solitudine riappacifica con l’ambiente. La valle di Ussita è la sotto dominata dalla parete nord del Bove; ormai familiare scenario ma sempre affascinante. Verso est e verso l’Adriatico le ultime vette dei Sibillini degradano verso le ordinate colline marchigiane; prima, davanti si erge a poca distanza la poco più bassa piramide del monte Acuto mia ultima tappa del giro di vette. Alle sue pendici un pastore sorveglia il suo gregge. Scendo agevolmente fino alla sella che unisce le due vette, sempre con un occhio vigile alla ripida ascesa che dovevo intraprendere. Non ero tranquillo. Dalla sella il dislivello di vetta non era più di una settantina di metri; i primi trenta su pratone scalettato mentre il resto su una ripida parete con percorso assolutamente non definito. Ricordo di aver cercato il punto di attacco, un segno di sentiero, una qualsiasi traccia che mi permettesse di decidere come attaccare la vetta.
Alla fine ho deciso di attaccare su l’unico tratto della corona di roccia leggermente sfaldata sperando che le rocce fornissero appigli validi. Il passaggio era giusto, un po’ esposto ma la roccia era buona. Il salire era sicuramente agevole a questo punto, un po’ meno la discesa che diventava già il pensiero dell’imminente futuro. Alle 13,50 ero sulla erbosa, sottile e lunga vetta di circa 20 metri a 2035 metri di altezza. Un balcone strapiombante in ogni lato, un trampolino sulle valli sottostanti a cui ho dovuto abituarmi con momenti di cauta apprensione e guardinghi movimenti.
Un po’ di foto e il tempo di studiare un altro percorso di discesa più agevole e sicuro e sono ad arrampicarmi verso la sella sottostante. Un po’ di 2° grado che rende interessante l’ultima vetta, e che nonostante l’altezza più modesta delle quattro fa si che sia stata la più complicata da raggiungere.
Il sentiero è evidente sul fianco nord di Pizzo Tre Vescovi e la sotto il rifugio del Fargno è affollato da auto e gente di ritorno dalle escursioni.
Non so più nulla di Daniela e Claudia che avevo lasciato sulla cresta del Priora; speravo di ritrovarle al rifugio che contavo di raggiungere in una mezz’oretta.
Il sentiero di ritorno è agevole e con una pendenza moderata. Alle 14,20 raggiungo il rifugio dove ritrovo le mie compagne di escursione. Sono appena arrivate, incredibile coincidenza di tempi che ci fa ritrovare al tavolo del rifugio per tirare il fiato e per raccontarci gli entusiasmi vissuti. Sono entrambe molto felici della giornata che hanno vissuto e dei panorami che hanno potuto godere; i Sibillini sanno sempre ripagare delle fatiche.
Ci godiamo ancora per un po’ il fresco dei 1800 metri della sella e ci ricomponiamo per riprendere la stradina che taglia la montagna e che ci riporta alla realtà.
Meno di due ore di auto e siamo a costeggiare il mare.
Potrei fare uno spot alla mia regione; la giornata è cominciata con un’alba stupenda sul mare e su Ancona, è proseguita sulle creste tra le più alte degli appennini ed è terminata con l’azzurro di un mare calmo ed invitante. Ma è meglio non diffondere troppo l’informazione.
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