Approfondimenti

Anello dei Monti Calanga, Marsicano e Forcone PDF Stampa E-mail
Scritto da Doriano Rasicci   

Dopo le escursioni della Meta e del Terratta/Argatone, che mi hanno fatto  conoscere i nuovi territori della Marsica-Mainarde, per me fino a quei momenti sconosciuti, la curiosità di sapere di più del territorio di quei posti mi ha spinto a non considerare chiuso il capitolo.
Non pensavo certo di avventurarmi così presto di nuovo in quei paraggi, ma l’impossibilità di aggregarmi al Gruppo di Aria Sottile in uscita per il Corvo il 2 Giugno , mi ha costretto a scegliere una meta alternativa e in solitaria.
Ed è riemerso il progetto Monte Marsicano archiviato di fresco come una meta per il futuro e adattissimo a soddisfare i miei desideri di montagna.
Studiata la carta a tavolino, l’idea era quella di cimentarsi in un giro della montagna; le alternative, sia che si salisse da Opi che si salisse da l’imbocco del sentiero F10 al Km 53 della S.S. Marsicana , non davano scampo. Per chiudere l’anello ci sarebbe stato bisogno di una marcia di 5 Km su strada asfaltata. E così è stato.

Da casa due ore e mezza per raggiungere Opi, con un bell’intermezzo a Gioia Vecchia che mi ha portato a prendere confidenza con una volpacchiotta audace. Si è fatta fotografare e riprendere in video da protagonista consumata e quel che più mi ha stupito è che ha accettato dei biscotti dalla mia mano; davvero un bell’incontro che prometteva per la giornata. Il sentiero denominato E6 nasce sotto Opi a circa 1100 metri di altezza (sulla Marsicana immediatamente superato OPI si entra nel quartiere e si percorre per circa 1 Km la stradina e superato il ponte sul fiume si devia a destra per evidente strada brecciata), con un percorso evidente almeno nella direzione che conduce naturalmente alla sella prospiciente ; per un tratto in leggera salita tra pascoli e su carrarecce molto evidenti.  Poi non perdendo mai di vista il costone del Monte Calanga che è l’unico elemento che serve ad orientarsi perché quando la carrareccia sfuma in un percorso di radura non esistono più segnali a cui affidarsi, si entra nel bosco. Qui il sentiero si fa marcato e ad ampi tornanti recupera prestissimo quota.
Mano a mano che si sale la vista sulla valle, su Opi e sulle Mainarde che gli fanno da cornice diventa davvero di una bellezza suggestiva e imponente. Il paesaggio ricorda quasi quello delle importanti valli alpine. Anche le condizioni meteo decisamente stabili spingono a rilassarsi e a non gareggiare col tempo; ogni particolare diventa così parte del percorso. Non solo i panorami sono davvero suggestivi, ma anche il leggero rumore del vento che fa parlare il bosco, anche il volo delle api che letteralmente stanno “aggredendo” un Biancospino coperto di fiori, i colori delle tante varietà di orchidee e di tanti altri fiori meno “blasonati”, nonché le lontane “campanacce” di mucche al pascolo e il nitrito di un gruppo di cavalli intento oziosamente a catturare i primi raggi del sole  stanno costruendo il motivo filmico della giornata.

Il sentiero si inerpica all’interno del bosco con sempre maggiore ripidità e ben presto lascia la fresca copertura delle fronde per inoltrarsi nelle vastità del pascolo assolato che mi divide dalla ancora lontana cresta. Non esiste traccia di sentiero; si sale cercando di fare meno fatica possibile tagliando la ripidità del versante con lunghi diagonali. Come sempre in questi casi in cui il monte somiglia più ad un mammellone che ad una montagna vera e propria, la linea di cresta che si staglia nell’azzurro del cielo diventa ben presto una ossessione. Sembra non dover mai arrivare!
Salendo si incrocia finalmente il sentiero ben tracciato, che proviene da Pescasseroli e che segue in leggera pendenza la linea della cresta. L’andatura si fa più agevole, quasi riposante e in un quarto d’ora raggiunge  la cresta. Anche la visuale si apre ora su tutti i versanti. Peccato che una leggera caligine impedisce di allungare lo sguardo più di tanto.
Davanti c’è  una sella pronunciata che si apre su di un circo glaciale davvero importante e che preannuncia la vetta principale, mentre a sud ovest spunta lontana dai crinali la croce di vetta che dovrebbe essere del Monte Calanga. Un po’ perché il Calanga con i suoi 2168 metri è davvero un balcone naturale a precipizio sulla valle e promette un colpo d’occhio fantastico, un po’ perché in quella direzione il sentiero rimane pressoché in quota, decido di tagliare il versante e di dirigermi verso la croce. Ci arrivo alle 11 meno dieci e a  dire il vero, la croce, è un manufatto davvero orribile, con l’unico pregio che è ben visibile dal fondo valle. Ma il panorama rispetta tutte le previsioni. Dal Lago di Barrea fino a Pescasseroli, con la cornice delle vette delle Mainarde e del Petroso in spavalda posizione e i due gioielli della Camosciara e della Val Fondillo incastonati nel bel mezzo; tutto sembra a portata di mano. Un balcone davvero suggestivo che merita da solo la fatica della giornata. Invece riparto dopo 10 minuti alla volta del Marsicano. La tappa è breve; arrivo ai 2254 metri della vetta alle 11 e 20.
Questa è una placida vetta sormontata da un altrettanto “stravaccato” ometto; se non fosse perché concede una panoramica di 360 gradi sarebbe davvero una vetta banale.
Un po’ di foto e tanta curiosità per cercare le vette conosciute. I gruppi lontani e importanti sono quasi invisibili confusi tra la foschia della giornata e solo le vette del gruppi limitrofi sono ben riconoscibili. E così vengo a conoscere la  coincidenza che pone in esatta line retta il Terratta e L’Argatone a nord ovest  con la Meta e il Torretta Paradiso
(mie ultime escursioni) con al centro il Monte Marsicano. Davvero un bel sistema per conoscere il territorio! E poi, lì di fronte il Monte Petroso fa spettacolo di se, con il suo svettante profilo fatto di boschi e rocce. Ma ad attirarmi è il Monte Forcone, raggiungibile a non più di un chilometro e mezzo, separato dalla vetta principale da una neanche tanto pronunciata sella. E’ presto per rifocillarsi e confidando nella prospettiva di godere di una meravigliosa vista sul lago di Barrea riparto alla volta dell’ultima tappa. Raggiungo il Monte Forcone e i sui 2228 metri alle 12 e 10. La vetta non è degna di importanza se non per la meravigliosa vista che regala. Di fronte, incastonato tra il Monte Greco (un’enorme mammellone)  e il Monte Petroso ( ancora più vicino e quindi più imponente ) si fa bello i lago di Barrea. E’ il luogo ideale per riposare corpo, spirito e rinfrancare anche lo stomaco.
Un leggero strato di alti cirri offusca il sole che concede finalmente un po’ di tregua e nel contempo il venticello fresco che fino a quel momento è stato di salutare provvidenza si placa. Qualcuno lassù mi ha voluto bene ed ha azionato i giusti tasti del telecomando. La scenografia è perfetta, così tanto perfetta che tra cibo, foto e giusto riposo riparto da lì solo alle 13 e 15. Peccato lasciare quel posto da incanto e quel momento delizioso, ma c’è ancora tanto che mi attende, compresa una nuova puntata sul Marsicano.
Mi mancava qualcosa di quella vetta. Ci sono arrivato in una mezz’oretta, ho tolto lo zaino di spalla e ho lasciato che le gambe facessero ampi cerchi intorno alla vetta e che gli occhi catturassero più immagini possibili di ciò che mi circondava.
Alle 14 era giunto il momento di lasciare quelle altezze e di sprofondarsi nel sottostante sentiero denominato F10.
Questo è un sentiero ben tracciato (fino ad un certo punto poi è una incognita davvero esagerata, ma ne perlerò più avanti) che si incastra in forte pendenza nella valle tra il Monte Forcone e il Monte Calanga. Un autentico deserto di pietre, arido e in pendenza considerevole (ecco il perché della classificazione EE! Nessuna difficoltà alpinistica, almeno in questo settore, ma solo una lunghissima, ripidissima e monotona salita), ma per fortuna ben segnato. A distanza di una cinquantina di metri evidenti segnali rossi aiutavano a non perdersi in quel mare di pietre.
Il caldo si è fatto soffocante e nemmeno l’ombra di un arbusto per cercare sollievo.
Veniva voglia di accelerare per togliersi da quella situazione, ma quello non era luogo per correre. Le pietre erano instabili e disseminate ovunque. Ci voleva solo costanza e pazienza e il sentiero avrebbe trovato la sua fine.
Voltando in dietro lo sguardo ho benedetto la decisione che ho preso la mattina di partire da OPI. Salire da questo versante doveva essere una autentica punizione da dannati !!!!!
Comunque con il costante  pensiero rivolto al primo albero e alla sua ombra rigeneratrice, con i piedi che iniziavano a gridare il loro disappunto si guadagnava quota e poco più in basso dello stazzo del Forcone, un insieme di rocce incassate in un manto erboso e sovrastate da giovani olmi prendevano ai miei occhi la consistenza di una autentica zona relax. Ricaricate le forze con una breve sosta, reinseriti i liquidi ceduti come pegno alla lunga cavalcata sotto il sole cocente , riprendevo il percorso verso l’imminente bosco.
Ma qui mi aspettava l’ultima e questa volta inopportuna sorpresa. All’ingresso del bosco i segnali del percorso sparivano come di incanto; nessun problema mi sono detto, la via era segnata e le pendici del versante opposto erano sempre più vicine, avrei solo dovuto scendere. Peccato che l’inizio del bosco coincideva con quello che ai miei occhi era il più assurdo e allucinante dei percorsi fin qui calpestati. Non so ancora adesso se  per l’enorme stanchezza che provavo e che mi dilatava le difficoltà o se per le effettive problematiche che erano nate. Insomma, il percorso doveva necessariamente puntare verso il basso, solo che il pendio aveva preso una pendenza davvero accentuata e il fondo era ora formato da sfasciume di grosse dimensioni di una antica frana. Come se non bastasse ciò che non era franato era costituito da formazioni rocciose quasi scoscese con un articolato sistema di piccole falesie che permetteva di passare ma a costo di esercizi “alpinistici” complicati.
La difficoltà aumentava perché nei tratti percorribili sullo sfasciume franato, i bastoncini erano un’arma preziosa di equilibrio e di avanzamento, mentre nei tratti di roccia in falesia diventavano una inopportuna e pericolosa presenza.
Poi a dire il vero, dopo che mi sono ripreso dal sopraggiungere delle difficoltà impreviste e una volta che ho messo in fila le ultime energie che mi erano rimaste mi sono sorpreso a trovarmi divertito della situazione. Era qualcosa che sapeva vagamente di alpinistico; un primo e secondo grado che se fosse arrivato nel fresco delle forze sarebbe stato motivo di eccitazione. Dai e dai, cercando il percorso migliore alla fine sono arrivato in fondo e alla statale Marsicana. Alle 16 e 10 uscivo su di una spalletta di un ponte e mi ci sono seduto per osservare l’orribile versante da cui ero sceso; una pendenza a colpo d’occhio spaventosa anche per l’inconsistenza del terreno e degli appigli instabili.
Ho fatto alcune foto per rivivere a freddo e quando stavo per incamminarmi sulla via del ritorno ho osservato che stavo esattamente seduto sul segnale di “ inizio sentiero F10”. Per non conoscere affatto il luogo non c’è davvero male , mi sono detto. Gonfio e gasato di potermi fidare delle mie doti di orientamento mi sono incamminato lungo la statale. Cinque chilometri di asfalto mi dividevano dalla macchina; ben presto i rumori e lo sfilare delle auto a pochi centimetri mi hanno fatto rimpiangere anche il sentiero da capre di pochi istanti prima.
Comunque di buon passo e senza soste sono arrivato al punto di partenza alle 17 e 15. Stanchissimo, con i piedi che mi maledicevano ma con la soddisfazione di avercela fatta. Il Marsicano con la sua vetta secondaria del Calanga e la croce ben visibile faceva mostra di se con la luce del sole che al contrario della mattina, illuminava completamente il ripidissimo bastione.

Ho ripercorso con lo sguardo il sentiero della mattina e mentalmente ciò che era al di sopra di quella bastionata. Nove ore e mezza di fatica e di sudore, ma anche di tanta conosciuta leggerezza erano già ricordo. Un piacevole ricordo!



Commenti
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oracolo - è una vetta dura   | Publisher | 2008-06-05 23:01:23
Io la salii da Pescasseroli, poi dalle vetta scendemmo verso Opi e perdemmo subito di vista il sentiero. Là perdersi sembra una regola. Ti è piaciuto il mio paesino preferito Opi?
gunther   | Publisher | 2008-06-06 09:19:33
Anche io salii da Pescasseroli e nel scendere verso Opi, perdemmo il sentiero. E' veramente una regola .
tdlemon900   | Publisher | 2008-06-06 12:27:10
Mi sembra strano quello che dite. Da Opi il sentiero non è tracciato ma è di una evidenza spietata. Al di sopra del bosco si intercetta il sentiero che viene da Pescasseroli ed è praticamente tutto in cresta. Ma che volevate fare? Continuare verso il Marsicano o scendere ad Opi, non ho capito. da Opi è stata una staccata unica ma non ho avuto problemi di orientamento.
Opi? Lì, da quelle parti è tutto incantevole, veramente un pezzo di Italia del nord, di Alpi in centro Italia. E la val Fondillo, il Petroso, che spettacoli!!!!!
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