Approfondimenti

Canneto,Torretta Paradiso e Monte Meta PDF Stampa E-mail
Scritto da Doriano   
3 Maggio 2008 - Giornata spirituale - Torretta Paradiso e Monte Meta 2242 mt.

L’idea di una giornata in cui la montagna fosse solo il palcoscenico di un momento di riflessione e di ricerca di noi stessi si era maturata da molto tempo in Diego. Anzi direi che si è riproposta come naturale continuazione di una vita spesa in gruppo parrocchiale alla ricerca di una serenità spirituale sempre difficile da raggiungere.
Ormai un po’ fuori dal gruppo giovanile e legato a pochi fedeli amici di un tempo ha portato questo suo desiderio di ricerca all’interno di Aria Sottile.
In molte escursioni in montagna Diego è stato compagno di  lunghe chiacchierate all’insegna di amicizia, confronto e riflessione sui problemi irrisolti e forse irrisolvibili della vita di tutti i giorni. La sua sensibilità e la sua ricerca della verità, aiutate anche da una solida fede nella figura di Gesù lo hanno reso, almeno ai miei occhi, un interlocutore prezioso nella ricerca di quella agognata serenità e la giornata di oggi è stata un naturale sbocco alle tante “valanghe” di parole e di riflessioni che ci siamo tirati addosso nelle nostre camminate.
La traccia della giornata, pensata e costruita interamente da Diego è basata su una serie di soste per ascoltare e approfondire la parola di Gesù che lo stesso Diego ha saputo estrapolare da passaggi significativi  della Bibbia,  sugli insegnamenti, a commento degli stessi brani , di un suo carissimo Padre spirituale, Padre Rosin, morto nei primi anni ’90, e figura determinante nella sua vita, e sugli ambienti montani delle Mainarde, Monte Meta e Torretta Paradiso in particolare, luoghi carichi di ricordi nelle attività spirituali giovanili svolte con Padre Rosin  e per questo cari a Diego.
La giornata di meditazione e ricerca è diventata inevitabilmente una sorta di pellegrinaggio nei luoghi di montagna cari a questo illuminato e umile sacerdote Gesuita.
Per questo è stata spesa in sua memoria.
In questa giornata dedicata alle persone, la montagna era un accessorio, un palcoscenico naturale, una sorta di luogo perfetto in cui era facile mettere in sintonia cuori, menti e desiderio di confronto.
Ma la montagna teatro di questa giornata ha aperto le sue quinte come solo una grande regia avrebbe potuto fare.
La partenza, con  Diego, Massimiliano e Alessandro, del nostro “pellegrinaggio” alle 7,30 è avvenuta dai Prati di Mezzo, a circa 1400 metri di altezza nel cuore delle Mainarde e la giornata si mostrava già in una splendida cornice di un cielo azzurro privo di nubi e con una piacevolissima temperatura primaverile.
Tutto il percorso potremmo definirlo come il giro del Torretta Paradiso con salita al Monte Meta, e il primo  tratto Diego lo ha costruito per raggiungere il Santuario della Madonna di Canneto situato a 1020 mt di altezza. Una lunga sgroppata in discesa a coprire un dislivello di 400 metri all’interno di un bosco fresco di nuova vita e sempre in bilico su una pendenza decisamente insidiosa. La bellezza del luogo ci sprofondava nei progetti di Diego  e le soste di meditazione si integravano con la contemplazione dei luoghi. Una cavalcata di equilibrismo ci portava in basso dove la luce chiarissima della giornata incastonava  nella stretta valle un placido e sereno laghetto verde smeraldo. Il fiume Melfa lo alimenta con uno scorrere sonoro di acque limpidissime; poco più in là si ergeva il Santuario della Madonna di Canneto oggetto della nostra meta.
Dopo un mezz’oretta dedicata al progetto della giornata, ripartivamo da quel luogo da fiaba per immergerci nuovamente dentro il bosco, questa volta verso le creste del Torretta Paradiso e della Meta , consci che un salto ininterrotto di 1200 metri ci attendeva a fiaccare il nostro entusiasmo. In effetti si è trattato di un unico continuo strappo interrotto solamente da qualche sosta per nutrire lo spirito e molto più prosaicamente lo stomaco. Verso le 13 uscivamo dal bosco meraviglioso ma interminabile in prossimità della fonte Chiarillo, una allegra sorgente di acqua purissima. Due camosci ci hanno accolto e pigramente ci hanno osservato, e forse maledetti, come usurpatori del loro tranquillo regno. Le ripide creste del Torretta Paradiso e la soprastante sella, disseminate da imponenti faggi maltrattati e umiliati dagli agenti atmosferici, non erano ancora completamente scoperte dalle ultime copiose nevicate. I contrasti di roccia, neve e azzurro del cielo rendevano affascinante quel posto. Uno dei tanti luoghi di montagna, ma come tutti i luoghi di montagna pieno di un suo linguaggio, di una sua emozione di una sorta di  dialetto unico che parlava direttamente ai sensi.
La risalita verso la sella che univa il Torretta Paradiso alla Meta era un misto di neve e sfasciume, ormai eravamo in alta montagna, solo neve, sole, creste e azzurro del cielo.
Dalla sella raggiunta agevolmente, un breve attacco, immersi nella neve ormai bagnata dal sole cocente, ci portava ai quasi ai 2000 metri di Torretta Paradiso. Una montagna senza una vetta ben definita, un susseguirsi di ondulate elevazioni su un pianoro chiazzato ancora da fazzoletti di neve che lasciavano spazio a coloratissime fioriture di Crocus.
Alle 14 e 20, fatto sloggiare un solitario camoscio abbiamo preso possesso del punto più alto del monte, un meraviglioso costone roccioso, naturale balcone a strapiombo sulla stretta e lunga valle di Canneto. Una visuale emozionante che  dalla pianura sottostante si insinuava tra le delle montagne fino alla Camosciara; nel bel mezzo, proprio sotto di noi il Santuario e lo smeraldino laghetto, sorpresa del primo tratto del nostro percorso.
Una sosta in memoria di Padre Rosin che amava particolarmente quel luogo, un momento di meditazione, una preghiera e ci siamo rimessi presto in cammino verso la Meta ( di nome e di fatto ) della nostra giornata. A malincuore abbiamo lasciato quel luogo solitario ed ispiratore, sia per la bellezza che emanava sia perché particolarmente protetto da un freddo vento che nel frattempo si era elevato  a spirare fastidioso. Una passeggiata sui crinali della montagna ad evocare i luoghi vissuti da Diego e Massimiliano con Padre Rosin ed una veloce discesa verso la sella ci portava fuori dalle folate del vento. Ripreso vigore per una condizione meteo di nuovo favorevole non rimaneva altro che affrontare l’ultimo ostacolo fisico della giornata. La “pettata” di circa 300 metri che ci divideva dalla vetta del monte Meta. Un pendio monotono e ripido, continuo, senza ombra di cambi di pendenza ci ha impegnato per un’ora. I più di mille metri di dislivello alle spalle si facevano ormai sentire; le percezioni dell’ultima fatica da sostenere e che da lì a poco avremmo finalmente potuto riposare si fondevano con la stanchezza  dell’intero giorno.
Un gioco di forza fisica e mentale ci portavano, ognuno con ciò che gli rimaneva da spendere, in cima alla nostra meta. Alessandro forte dei suoi allenamenti trovava uno sprint sorprendente; mordeva la montagna e arrivava abbondantemente davanti a tutti a godere dello spettacolo di vetta. Uno spettacolo, favorito anche dall’ora, le 16 e 30, col sole che ormai perdeva la sua violenza e inclinava i suoi raggi, che lasciava stupiti.
A dominare il vicino Petroso a nord, la lontana Maiella ad est e lo stupendo complesso delle Mainarde con i monti Metuccia,  Cavallo, e Forcellone a sud.
A nord lontano lontano si riusciva ad intravedere il complesso Velino-Sirente e ancora dietro l’onnipresente Gran Sasso. I colori  tenui di un tramonto ormai prossimo davano al territorio un aspetto ancora più suggestivo.
La vetta è da sempre, nell’immaginario di ogni amante della montagna il punto perfetto, il punto dove non c’è più nulla da conquistare il punto che sancisce la fine delle fatiche e il contatto con il cielo e mai come in questa giornata la vetta della Meta ha potuto prendere un valore assoluto di luogo unico. Unico per rimanere un attimo da soli a meditare sulle riflessioni della giornata, sulle cose dette, pensate e da fare; a meditare sulla bellezza della natura incontrata, sulla bellezza della vita che, un po’ come questa giornata, dopo tante fatiche sa sempre ripagarti con momenti speciali.
Alle 17 e 15, dopo non aver staccato mai un attimo gli occhi dall’immenso che ci circondava riprendevamo la discesa verso i Prati di Mezzo.  Un discesa velocissima favorita dalla neve calpestabile e da un pendio che in questo versante era di agevole percorribilità.
Il sole che scendeva ci lasciava  in ombra e le rocce si facevano scure. Presto abbiamo lasciato la neve alle spalle e il sentiero diventava un tappeto di fiori dai tanti colori e sassi fastidiosi alle nostre caviglie. Faggi scheletrici che ricordavano la loro possenza  erano disseminati ovunque come fantasmi a testimonianza di una natura, che in quei luoghi, evidentemente,  sa essere anche violenta e dura.
Arriviamo agli ultimi tratti del nostro girovagare sulle Mainarde con il sole che gioca a nascondersi ormai basso tra i rami degli alberi; sono le 18 e 30. Solo un attardato sciatore è rimasto a vigilare sul Piano. Ci sistemiamo a recuperare una urbana decenza e con la consapevolezza di aver vissuto una tappa importante del nostro amare la montagna riprendiamo per le nostre case.
Evviva la montagna; arrivederci in montagna!
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