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Monte Tarino da Fiumata PDF Stampa E-mail
Scritto da Doriano Rasicci   
Sabato, 09 Giugno 2007

Dopo le ultime escursioni che hanno messo alla prova la nostra capacità atletica e alpinistica decidiamo di concederci una piacevole camminata e una leggera giornata di montagna.
E quando si pensa ad un paesaggio piacevole, solitario, paesaggisticamente poetico e rilassante non si può far altro che pensare alla catena dei Monti Simbruini. E’ da tempo che andavo pensando ad una escursione sul Monte Tarino. Questa facile vetta è stata la mia prima, solitaria conquista di questo versante. Risale al lontano 90’, quando attratto dalle sorgenti dell’Aniene decisi di provare da solo la salita alla vetta. I ricordi si confondono nel tempo e nell’inesperienza di quel periodo ed esaltano solo il ricordo di una magnifica e lunga faggeta e quello di una violenta grandinata che ha accompagnato il mio arrivo in vetta.
Ma le prime conquiste ti rimangono dentro, nel tempo assumono contorni sempre più importanti e la curiosità di ritrovarsi sugli stessi passi ti porta spesso a desiderare di riprovare la stessa esperienza. E da questo mio interesse del tutto personale è nata la proposta al gruppo Aria Sottile.
Che devo dire non ha avuto molto seguito. Gli ultimi recenti impegni che risalgono solo a quindici giorni fa che ci hanno allontanato dalle famiglie e quelli di lavoro hanno tenuto lontano quasi tutti.
Partiamo con comodo alle 6,30 da Roma a giorno fatto, Giorgio ed io. La prima sosta la facciamo agli Altopiani di Arcinazzo; i temporali dei giorni scorsi e la calda temperatura della giornata riempiono l’aria di umidità. La magia la fanno il sole e gli alberi. I raggi di sole che passano attraverso le foglie degli alberi trafiggono la caligine e diventano delle lance di luce che fanno assumere all’ambiente un tono da favola. Scattiamo delle foto consapevoli che comunque mai ci restituiranno tanta magia.
Ripartiamo presto per la nostra meta. Passata Trevi nel Lazio ci aspettiamo l’indicazione per Fiumata; la seguiamo, arriviamo al campeggio ancora deserto e ben presto ci immergiamo nella atmosfera bucolica dei torrenti e rivoli d’acqua che scendono da tutte le parti. Sono le sorgenti dell’Aniene. Lasciamo l’auto al primo cartello di divieto anche se si potrebbe procedere agevolmente. Ci sentiamo di troppo con la nostra auto in mezzo ad un ambiente così solitario e sereno. Ci prepariamo con quel poco di attrezzatura che questo impegno pretende; questa volta le nostre spalle viaggeranno leggere.
Il primo tratto del percorso, su agile e quasi pianeggiante carrareccia è dominato da una imponente costruzione rocciosa che sulle carte è denominata Rocca Valisa, dal corso di un quieto ruscello che ben presto sparisce ingoiato dalla sua risorgiva e più avanti dalla mole rocciosa della vetta del Monte Tarino. Uno scoiattolo che con agili balzi usa le fronde degli alberi per scavalcare il percorso sopra le nostre teste ci fa dimenticare di essere a due passi dalla civiltà.
Il bosco tutto intorno , di un verde fresco e nuovo è immobile nella quiete della stupenda giornata che sta nascendo. Sono le 8 e 10 del mattino quando ci incamminiamo verso il Tarino.
Dopo 20 minuti di agile percorso, in una ampia radura, l’evidente sentiero fin troppo ben segnato con evidenti e frequentissimi segnali biano-rossi tende decisamente a sinistra e si inoltra in una bellissima faggeta di alto fusto. D’ora in poi, e siamo a 1100 metri di altezza, fino ai 1700 del pianoro di cresta per soffitto avremo una altissima coltre fogliare. La luce del sole verrà filtrata dalla volta degli alberi facendo assumere all’ambiente un aspetto magico e fiabesco come solo nelle fantasie dei bambini può risultare. I colori sono attenuati dall’ambiente ombroso; gli alti e verticali fusti della faggeta col loro grigio contrastano col rosso-brunito del tappeto di vecchie foglie fradice dei recenti temporali e col vivace verde delle foglie nuove; le radici possenti e contorte dei maestosi faggi lottano con l’erosione del terreno e sembrano delle possenti mani aggrappate al terreno.
Tutto è avvolto da un silenzio e da una calma irreale. Ci sentiamo estranei e piccoli, avanziamo quasi scusandoci di quella che potrebbe essere una autentica irruzione nel mondo degli gnomi che ci aspettiamo escano da un momento all’altro.
E’ una magia, la magia dei Monti Simbruini, una catena montuosa verde e solitaria, poco frequentata se non nei periodi invernali dalle orde di sciatori e in quelli estivi dalle orde dei campeggiatori.
Procediamo lentamente, gustandoci la serenità che il luogo emana, prima in una sentiero agile, poi mano a mano che si procede sempre più ripido. Nessuna difficoltà particolare se non la pendenza costante che taglia il fiato; una scusa per fermarsi di tanto in tanto per vivere l’ambiente meraviglioso che ci circonda.
Intorno ai 1600 metri il pendio si fa più agevole, la vegetazione più rada e bassa e lascia intuire l’imminente fine del bosco. Infatti ai 1700 metri, quasi con un gesto scenografico degno di un premio oscar, un tunnel naturale di faggi mostra uno squarcio di luce e dietro una brughiera tipica di alta montagna. Si apre uno scenario idilliaco; una pozza di scolo , probabilmente colma a causa dei temporali dei giorni scorsi fa da elemento aggregante per un gruppo di cavalli al pascolo.
L’azzurro del cielo, il bianco delle poche cotonate nuvole sparse qua e là, il verde dei pratoni e i tanti colori dei fiori disseminati tra le bianche roccette sono una bella variante allo spettacolo del bosco vissuto fino a pochi attimi prima.
Decidiamo di passare alla larga dal gruppo di cavalli al pascolo, un po’ per rispetto ed un po’ per la nutrita presenza di cavallini che potrebbero portare a reazioni di difesa gli adulti del gruppo.
La mole del Tarino è lì davanti a noi, con un evidente sentiero ripido in bella evidenza a soli 200 metri sopra le nostre teste e a circa 40 minuti di cammino.
Non è difficile raggiungere la vetta, ormai senza un sentiero preciso. Mano a mano che ci alziamo sopra il bosco ritroviamo il torrione di Rocca Valisa, ora meno imponente e molto più in basso e dietro di noi in bella parata tutta la catena del Velino parzialmente coperta da nuvole leggere. Solo in vetta scopriamo Campo Staffi (non voglio commentare l’inutile presenza dei minuscoli ma deturpanti impianti sciistici) , il Monte Cotento e tutta la splendida catena del Viglio.
La vetta viene toccata alle 12 e 10, dopo 3 ore di agile e pacato cammino.
Il mio sogno si è avverato; sono tornato di nuovo sulla mia prima vetta degli Appennini laziali-abruzzesi. Mi ricordavo abbastanza bene la parte sommitale del percorso, ma non ho ritrovato la vecchia imponente croce che ricordavo. Probabilmente abbattuta dai frequenti fulmini che cadranno su questa vetta. A dire il vero di croci in vetta ce ne sono due, due croci che non ne fanno una; la forza della natura è davvero forte se dobbiamo basarci sullo stato di questi emblemi umani; la prima è davvero un rudere di ferri da carpentiere, quasi cadente e sgangherata conficcata in un cumulo di pietre, la seconda una lucente nuovissima croce in acciaio davvero poco poetica, divelta dalla sua sede naturale non ho capito bene se dalla furia degli elementi o da quella umana. E’ comunque, ciò che resta, saldamente conficcata a terra a poca distanza dalla precedente.
Ci gustiamo la vetta e il panorama a 360 gradi per un’ora intera. La calma e la serenità del posto e della situazione non invitano certo a ripartirsene in fretta.
Lo sguardo si perde nelle dolcezze dei rilievi circostanti, le geometrie dei boschi tutto intorno fanno concorrenza a quelle delle nuvole sparse nel cielo.
Siamo felici, siamo sereni ed esattamente per cercare queste sensazioni avevamo scelto questo itinerario.
Alle 13 e 10 ripartiamo convinti e sospinti da neri cumulonembi che si vanno formando velocemente in prossimità della vetta; si rivelerà una prudenza inutile perché la giornata è rimasta calma fino alla fine. Ma avevamo fatto il pieno di ciò che cercavamo, negli occhi, nel cuore e nella mente. Reimmergerci di nuovo nel bosco è stato un piacevole ritorno e la discesa , due ore di piacevole e lentissima camminata, è stato un ulteriore momento per chiacchierare e starsene un po’ con i propri pensieri.
Le cose belle si sa durano sempre troppo poco e alle 15 eravamo di nuovo alla base di partenza.
Sicuri di aver ottenuto ciò che cercavamo, per niente stanchi nonostante comunque i circa 900 metri di dislivello percorsi, riprendiamo la strada del ritorno gustandoci ancora per pochi istanti il chiassoso rumoreggiare del torrente che più avanti diventerà il secondo fiume di Roma.
E per strada, come al solito, si sono moltiplicati i progetti per le prossime uscite.

La magia della montagna che dopo soli pochi attimi fa sentire la sua mancanza?

Informazioni Aggiuntive



Come Arrivare Da Roma le strade possibili sono due. Passando per Paliano, Piglio, Arcinazzo e Trevi nel Lazio oppure tramite l'autostrada A 24 all'uscita di Vicovaro Mandela si seguono le indicazioni per Subiaco, Arcinzzo e Trevi nel Lazio. Poco prima di Filettino si segue la cartellonistica per Fiumata e le Fonti dell'Aniene. Dopo il Campeggio si prosegue su una strada sterrata percirca un chilometro e mezzo fino ad un segnale di interdizione. Da qui si prosegue a piedi (d'altra parte si va in questi posti per camminare…).

Elevazione vetta: 1961 Mt.
Dislivello: 960 Mt.

Tempo salita: 3h
Sosta in vetta: 4h
Tempo discesa: 2h

Stagione: Primavera Estate
Clima: Bel Tempo Leggermente Variabile
Altezza della neve: No

Partecipanti: Giorgio Carrozzini, Doriano Rasicci

 
La croce sfavillante del Monte Tarino
La croce sfavillante del Monte Tarino


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