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La Traversata dell'Himalaya |
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Scritto da Giorgio Carrozzini
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Peter Hillary, figlio del noto conquistatore dell’Everest, doveva riscattare il peso di una così grande eredità con un’impresa altrettanto smisurata. Se da un lato il padre aveva conquistato la “Vetta” per antonomasia il figlio non avrebbe potuto fare di meglio che conquistare le grandi distanze con la traversata dell’Himalaya.
Il racconto di questa impresa scritto a due mani con il suo compagno d’avventura Graeme Dingle non è un racconto particolarmente interessante. I due alpinisti si incontrarono un po’ per caso e certamente non si conoscevano abbastanza da poter intraprendere un’avventura di proporzioni così titaniche: 5000 chilometri seguendo a piedi una via d’alta quota dal Kanchenjunga al K2. I due, accompagnati da una guida nepalese Chewang Tash, litigano spesso, ma imperterriti e spinti da una volontà d’acciaio portano a compimento un’impresa d’altri tempi.
Riferisce Peter Hillary: “Ingenuamente avevo pensato che la traversata non sarebbe stata che una magnifica successione di trekking ad alta quota riuniti in uno solo. Un mucchio disordinato di avventure alpinistiche. Non ne avevo colto la complessità, ne avevo approfondito la grande prova che mi attendeva, ne tanto meno valutato la sua ampiezza e gli sforzi richiesti.
Abbiamo letto questo lungo racconto con una certa fatica. Scritto a due mani si presenta come un diario di viaggio. Nella scrittura si percepisce una certa discontinuità di stile probabilmente dovuta in minima parte ad una traduzione ormai datata ed in gran parte dovuta al continuo cambio di penna.
Tutto il libro è costituito da lunghe e prolisse descrizioni. Gli autori, Peter e Graeme, si sono dilungati nel riportare dettagliatamente ed approfonditamente tutto il percorso. Rari e sporadici i riferimenti agli stati d’umore del gruppo, allo stato d’animo, ai conflitti interpersonali che certamente ci sono stati fra i membri del gruppo. Per un’impresa così colossale ci si aspetterebbe di trovare maggiore approfondimento introspettivo; in fin dei conti nel corso di un cammino così lungo certamente si finisce per fare delle considerazioni spirituali o filosofiche di qualche tipo.
Duecentoventi pagine scritte piccole risultano comunque poca cosa rispetto all’importanza dell’impresa sia sotto il profilo tecnico ed organizzativo che da quello umano e spirituale.
Dal punto di vista letterario non è certo un’opera d’arte. Sicuramente manca quella tensione emotiva, il pathos che si respira abitualmente nei racconti in cui si finisce per conquistare una vetta. Non c’è una vetta alla fine del cammino. Si arriva in un luogo che potrebbe essere un nuovo inizio. Probabilmente il tutto è reso fin troppo monotono da quel senso pratico un po’ anglosassone dei protagonisti.
Bellissime, eccezionali le fotografie dalle quali si può intuire la vastità dei territori, l’enormità dello sforzo richiesto per portare a compimento questo incredibile progetto.
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