"La vetta non raggiunta" e il senso della sconfitta

Scritto da Martedì, 12 Giugno 2012 10:07

L’emozione di raggiungere una vetta è la massima gratificazione possibile per un alpinista il coronamento dei suoi obiettivi lo scopo del suo esistere.

Il limite fisico della cima di una montagna rappresenta il completamento di un progetto fatto di sacrificio, impegno e volontà che mobilitando energie sia fisiche che mentali.
Nella realtà non sempre una faticosa scalata si conclude con il raggiungimento della sommità. Può accadere che difficoltà, imprevisti ed emergenze incontrate sul percorso impongano di prendere delle decisioni inaspettate. La scelta di interrompere una scalata è il momento più difficile per ogni vero appassionato. Decidere di rinunciare alla vetta, al panorama, alla soddisfazione personale di aver completato un percorso imprime ai propri pensieri una profonda perdita di "senso".
Molto spesso soprattutto i meno esperti e quindi i più desiderosi di arrivare e dimostrare le proprie capacità, per il timore di provare questi sentimenti di “sconfitta” possono sottovalutare i pericoli e rischiare di più mettendo a rischio ben più della scalata.

Decidere di non completare non è esattamente come un’ammissione di sconfitta, essa è una decisione sempre sofferta ma è sempre dettata da maturità, esperienza ed può essere una grande prova di carattere da inserire nella sfida con se stessi. L'essere umano non si sottopone ad un confronto con la montagna, sarebbe un confronto decisamente impari, insensato. Ed ancora l'essere umano non mette alla prova la montagna, piuttosto mette alla prova se stesso per scoprire le proprie capacità e i propri limiti.

Sono infiniti i fattori personali e naturali: la paura del freddo, la paura del buio, il tragico senso della desolazione e della solitudine, il vuoto di uno strapiombo o l'imprevedibile franosità di una scarpata. Fattori quali il clima, le condizioni del percorso, l'altitudine, sono imprescindibili dalla montagna, sono ostacoli che lo scalatore può affrontare e superare solo al prezzo di un grande sforzo, di un intenso impegno fisico e mentale, di una volontà determinata.

E' così che la scalata diventa frutto di un intricato rapporto fra l'essere umano e la montagna; una relazione di amorosi sensi nella quale l'essere umano non può che rimanere travolto.

Esiste un detto un po' romantico che riassume in se il mistero della scalata, il senso dell'imponderabile e dei limiti umani: "è la montagna che sceglie se farci salire oppure no".

All'apparenza questa affermazione sembrerebbe fantasiosa ed irrazionale. Eppure questa breve frase ci dice come l'istinto umano parli alla consapevolezza razionale, fornendole quel sesto senso e quella capacità immaginativa di avvertire gli eventi futuri.

Interrompere un'escursione come una scalata alpinistica non significa solo non eravamo in grado di completarla. Un "fallimento" porta con se gli insegnamenti dei momenti più difficili, ci parla dei nostri limiti. E’ un punto di partenza per progettare la conquista della prossima vetta.

Ad ogni scalata si maturano delle esperienze. Probabilmente i momenti difficili sono quelli più preziosi: si riesce ad imparare qualcosa su se stessi e sul proprio modo di agire ed esistere.
Si vivono i propri limiti caratteriali soprattutto, fisici e tecnici.
Per un alpinista questi momenti di difficoltà e di resa sono il vero terreno di lavoro, come nella vita…

Questo articolo è stato scritto con la consulenza del Dott. Chelli Vincenzo
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Giorgio Carrozzini

Consulente Web, Webmaster, nella costruzione di siti web di ogni dimensione ed importanza. Per passione gestore di numerosi siti di montagna. Giorgio ama andare in montagna esplorando el numerose possibilità fuori e dentro di se... questo è il suo Blog!

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