4 febbraio 2006
Corno Grande del Gran Sasso d'Italia (2912 m)
Con Giorgio avevamo pianificato la salita al Monte Camicia, ultimo importante avanposto, verso nord, della catena del Gran Sasso. Ma si sa, nella vita bisogna sempre essere pronti ai cambiamenti e il monte Camicia attenderà ancora la nostra visita.
Si aggrega a noi, e forse vista la sua esperienza sarebbe meglio dire che siamo noi ad aggrgarci a lui, Patrick, silenzioso e forte studente di giurisprudenza di Roma, ormai vicino al traguardo della laurea, e non da ultimo grande amante della montagna, in particolare del Gran Sasso.
Quindici le sue ascese finora.
Il tempo non promette nulla di buono; le previsioni atmosferiche hanno tuonato per tutta la settimana. Patrick non conosce il Camicia, mentre conosce bene, molto bene il Corno Grande. Ci fa una proposta allettante; Per me e Giorgio il Camicia sarebbe una prima volta come lo sarebbe il Corno Grande mentre quest’ultimo gode però di una fama diversa, di una attrazione quasi mistica, non fosse altro perchè è il tetto degli Appennini. Quale migliore occasione di salire sul Corno Grande con qualcuno che conosce bene la montagna? Ci mettiamo un niente a decidere e il Camicia rimane definitivamente un progetto futuro.
Arriviamo a Fonte Cerreto, alla partenza della funivia, in anticipo, una colazione per chi è digiuno, un caffè per gli altri e... via.
Il cielo è grigissimo e quando saliamo sulla cabina che ci porterà ai 2000 metri di Campo Imperatore, la speranza solo di intravedere la nostra montagna è davvero ridotta a poco. E diventa ancora meno quando arriviamo su all’altipiano.
Le nuvole sono tutto intorno a noi. Anche per Patrick orientarsi presenta qualche difficoltà. Arriviamo comunque all’osservatorio, lo oltrepassiamo e ci dirigiamo attaccando direttamente il fianco della montagna verso la Sella del Monte Acquila e ancora prima verso il rifigio Duca degli Abruzzi.Una salita silenziosa, in mezzo al grigio delle nuvole. Solo per l’ostinato ottimismo di Giorgio e perchè tanto ormai siamo lì, procediamo verso l’alto affidandoci solo al senso di orientamento di Patrick; quando ..... quando come sempre .... al di sopra delle nuvole splende il sole e noi salendo siamo andati a ficcare il naso oltre le nuvole. In pochi attimi siamo oltre le nubi, sembra di camminarci sopra per qualche istante. Spettacolare, irreale, un panorama e uno spettacolo che cambia ogni secondo; le vette che compaiono dal nulla, Il Viglio lontano sembra sospeso nel male lattiginoso di nuvole. Il Prena è una delizia per gli occhi, una rocciosa piccola isola che sbuca dal niente e illuminata da un sole accecante. E poi le creste, il rifugio, sotto, Campo Pericoli come un catino pieno di ovatta compatta e sopra poi .... una visione; dalle nuvole spuntano , illuminati quasi ci fosse una regia, dal sole incombente, il Portella, le Malecoste, Pizzo Cefaloni, il Monte Corvo e l’Intermesoli come due piccolissime regolari isole sperdute e poi lui, il gigante, la montagna vera, il nostro obiettivo, il Corno Grande del Gran Sasso dìItalia.
Ormai il sole è luminosissimo, le nuvole formano un mare lattiginoso e soffice e irrequieto a tratti, e le montagne sembrano delle piccole isole sperdute. Poche volte ho potuto vedere qualcosa di altrettanto bello ed emozionante. Il tempo di riposarsi un pò, di bere qualcosa e ripartiamo cresta cresta per la Sella del Monte Aquila. Sulla cresta, a tratti anche stretta la presenza del monte è incombente, maestosa, incute rispetto.
Guardo i sui ripidi canaloni, le rocce sporgenti in quel mare di neve, quella salita ripida e interminabile. Credo che in quei frangenti mi sono limitato a guardare, non pensavo, ma nel cuore si celavano insieme curiosità e timore per quella nuova esperienza per la prima volta dal sapore alpinistico. Nascondo agli altri e a me stesso i tanti dubbi e le mille domande; nessun timore particolare ma una sola questione : dove mi sarei fermato in quel ripido canalone?
Cresta cresta arriviamo alla sella del monte Aquila; mangiamo qualcosa guardando ancora in silenzio quel pendio e tutto il resto del monte quasi a dosare e programmare le forze, quasi ad imploragli clemenza.Ti incute rispetto.
Arrivano ben presto le nuvole e ci avvolgono con un freddo pugente e penetrante e ci spingono a rompere gli indigi. Il pendio di fronte a noi ci riporta ben presto fuori dalle nuvole e quando usciamo alla luce ci troviamo ormai nel bel mezzo dell’azione e del pendio incombente. Le gambe cominciano a sentire il cambio di pendenza, il fiato si fa opprimente e anche gli orizzonti si vanno modificando ed estendendo con l’altezza. Ormai la montagna ci ha preso e anche i dubbi, anche gli ultimi dubbi sono stati sbattuti nell’angolo più recondito del cuore. Arriviamo ben presto al primo obiettivo, quel monolite che segna l’altezza di 2500 metri, che segna la fine della passeggiata e l’inizio dell’impresa : il Sassone.
Una breve sosta, sguardi verso quel mare bianco che sembra venirci incontro e che tende a far sparire le creste sottostanti ormai lontane e basse. Le cime delle montagne sotto di noi non sembrano più nemmeno isole ma scogli sbattuti dalle onde, mentre il canalone della direttissima sopra di noi ci richiede un impegno nuovo e più ardito. Via di nuovo puntando il naso e i sogni verso l’alto. La pendenza aumenta ancora, ormai procedo sulla punta dei ramponi, la piccozza mi da sicurezza, le mani gattonando aiutano ad abbracciare la montagna, la neve sprofonda ad ogni passo ma ha una buona tenuta e da sicurezza. I panorami si fanno sempre più verticali, il canalone dall’alto è spaventoso e profondo.Preferisco non guardare indietro. Utilizzo una sosta di Giorgio e Patrick per continuare da solo col mio ritmo; è l’unico modo per tenere lontani i fantasmi della stanchezza e della rinuncia.
Il canalone si stringe, entra nell’ombra, c’è ghiaccio poi di nuovo neve; me la cavo bene. Ed ormai siamo altissimi, intorno ai 2850 metri. Mi chiedo dove sia la vetta. Una cresta da cui pare che si debba fare solo un piccolo ulteriore sforzo per guadagnare un piano nasconde un’insidia. Il canalone si stringe ancora e aumenta ancora la pendenza intorno ai 50°; la neve sopra la roccia non è più sicura, ha meno spessore, è inconsistente, la roccia è sotto un piccolissimo strato di neve.
I ramponi e la piccozza non offrono più la sicurezza di prima. Mi sembra di essere vicino al traguardo, la cosa si è complicata ma basta un piccolo sforzo, ancora un attimo di concentrazione e invece quella cresta che sembra portare ad un piano è una crestina affilata e stretta oltre il quale c’è semplicemente il vuoto, almeno così mi sembra. Ma sono determinato, forse incosciente, non tanto per le difficoltà quanto per la novità della situazione. Punto avanti davvero senza esitazione. A sinistra c’è un cambio di pendenza, un passaggio sulla crestina per guadagnare una roccia ripida ma quasi sgombra di neve; un passaggio comlpicato, finora il più complicato. Studio con determinazione la possibilità di passare, mantengo la calma e la razionalità indispensabili in questi frangenti osservo gli appigli a cui affidare i miei ramponi, senza mai guardare giù quando ...... proprio in quell’istante in cui avrei dovuto osare il passo, due alpinisti in discesa e marchigiani
( Osimo e Camerano, come è piccolo il mondo ) chiedono il passaggio.
Un quarto d’ora lunghissimo, le loro manovre pesanti ed insicure, la neve sempre più calpestata ed inconsistente, troppe chiacchiere a progettare di nuovo il passaggio con i sopragiunti Giorgio e Patrick. Una serie di vado e non vado, poi va Patrick che è più esperto, Giorgio non viene, poi si, poi no ancora e alla fine non sono più quello di prima. In un attimo ritrovo il D.R. quadrato della città.
Ripenso a Bonatti e ai suoi dettami sulla rinuncia, penso all’ultima corsa della funivia, alle 17, penso a quel canalone dietro, alle nubi sotto, alla neve e ai ramponi che in quella posizione non mi danno più sicurezza.
E’ questione di attimi, il cuore piange ma ormai il primo passo è stato fattoe il rampone è attaccato venti centimetri più in basso. Ora il mio sguardo è puntato giù, dove prima ho evitato sempre di guardare, a cercare e ripercorrere la tracce della salita. Io sto scendendo libero dalla responsabilità del gruppo. Un Giorgio spaventatissimo e un Patrick confuso dall’epilogo inaspettato e da quella situazione paradossale ed improvvisa continuano a salire. La discesa sconsigliata per le difficoltà che può nascondere da un gruppo che incontro in salita è faticosa ma veloce. I polpacci vengono messi a dura prova, ma anche i sensi devono lavorare. E lì, nella solitudine delle decisioni da prendere, con la responsabilità solo mia di ogni gesto ripercorro quella che era stata una salita faticosa ma entusiasmante. Il dolore per la mancata vetta mi stringe la gola, soprattutto se penso ai soli 50 metri che mi dividevano dal raggiungerla, ma non c’è tempo per i pensieri se non quelli di come uscire dalla situazione in cui ero finito.
Mi accorgo che gli istinti sono al massimo, ogni decisione, nella fretta della discesa è ponderata e valutata, affidata ai ricordi della salita. Entro nelle nuvole ancora lungo il canalone e come vengo avvolto da quel freddo ambiente vengo allo stesso modo avvolto dall’angoscia. Ora non ho più riferimenti se non le tracce davanti a me; sono teso a ricordare il percorso.Che non perda le tracce o che non prenda quelle di altri apinisti diretti chissà dove è ormai determinante e me ne sto rendendo conto ad ogni passo. Mi accorgo che valuto e rifletto su ogni orma di ramponi che incontro; quelle salgono, sono forse le nostre di prima, quelle scendono, sono forse quelle dei due marchigiani che mi precedono; non pensavo di essere freddo e capace in questa situazione. Cerco nelle rocce che incontro, nei pendii, delle conferme per il sentiero. Mi accorgo di ristudiare e ripercorrere al contarrio il percorso di salita. “Ora, tra un pò, la pendenza deve diminuire, se così non è sono fuori percorso, o forse solo non ricordo e mi confondo...” Queste erano i miei pensieri tumultuosi ma la pendenza iniziava a dimiuire, ero nel giusto, una vampata di calore mi attraversava le spalle; “ed ora dovrebbe esserci un traverso che conduce alla sella del monte Aquila” nel punto dove avevamo bivaccato prima dell’attacco alla salita.
“Evviva , eccola...” una ampia zona di orme indistinte e sovrapposte, “devo stare attento a prendere la direzione giusta” Troppe orme portano in tutte le direzioni; durante il bivacco ci eravamo spostati di frequente per fare fotografie e per godere dei panorami. Studio con attenzione la pendenza e i ricordi, le tracce e alla fine decido per quella che reputo giusta. Procedo piano per lasciarsi aperta la via del ritorno fino ad avere la certezza che le orme continuano. E’ il sentiero, o per lo meno un sentiero. Ora, se non ho sbagliato, fra poco il sentiero deve salire e deve prendere la cresta della sella del monte Aquila. Si, si, sale! Ci sono! Gli occhi bruciano a fissare le tracce davanti a me ma il gusto di fermarsi a guardare il nulla delle nuvole è fortissimo. Non c’è nulla in quel chiarore indistinto a lattiginoso, non c’è nulla eppure la presenza della montagna e dei pendii è palpabile. Non c’è nulla tranne il mio fiato grosso, la mia stanchezza, i miei dubbi di essere sul giusto sentiero, e solo ora me ne accorgo, un ago ghiacciato scende dai miei capelli e dondola davanti agli occhi.
E’ tutto così irreale, e per un attimo penso all’ipotesi di non essere sulle giuste tracce. No, le rifuggo simili impessioni, finora non ho mai avuto sensazioni di dubbi o confusione.
Davanti dovrei avere una cresta che sale e scende, dei tratti in piano con due pali di acciaio conficcati nelle vette. Li cerco con lo sguardo illudendomi di penetrare quel bianco inconsistente. Mi riconcentro sulle orme. A tratti sono chiare, a tratti dove c’è ghiaccio o dove la cresta si fa più ampia sono indistinte. Torno indietro, non sono sicuro, forse sono sceso un pò in basso; provo a salire tenendo ricordo dei miei movimenti.Si, incrocio tracce più decise, ci sono di nuovo, vado avanti più deciso. Il primo palo d’acciaio è come un faro, mi rasserena, mi da la sicurezza di esserci. Poi il secondo palo è come il sole! Dai , mi dico, ormai il rifugio è vicino, ma quando l’orizzonte non c’è o quando vuoi per forza vedere la sagoma del rifugio amico è il momento che sembra che il tempo non passi più e che il mondo intorno a te sia sparito. Cerco la sagoma del rifugio e incontro un terzo palo. No, questo non me lo ricordavo, ne ricordavo solo due. Che mi sia sbagliato proprio ora? O è solo un difetto della mia memoria? Una rapida riflessione. Sono ancora in cresta, la cresta deve per forza passare e portare al rifugio; se avessi abbandonato la cresta mi sarei ritrovato in un traverso con la montagna di fianco. Non è mai avvenuto quindi sono nel gusto, quindi a sbagliare è la mia memoria. Vado avanti, una occhiata all’orologio; dovrei essere ampiamente in tempo per l’ultima corsa della funivia. Una telefonata ad Emanuela a cui nascondo lo stato di quel momento; procedo credendo di dover vedere la sagoma del rifugio da un momento all’altro, poi la telefonata di Giorgio, stanno scendendo, sono preoccupati per me. Rassicuro anche loro anche se a lungo ho pensato al comportamento scorretto che hanno tenuto. Ma sono indietro, troppo per farci affidamento, per attenderli.
Chiudo la telefonata e mi rimetto lo zaino in spalla con la ferma intenzione di proseguire fino alla funivia. Procedo un poco e mi pare di vedere un’ombra, poi no non più, è solo la stanchezza e la voglia che finisca tutto che mi fa vedere ciò che vorrei vedere; continuo avanti e quasi fosse una magia, all’improvviso e vicinissimo compare il rifugio. Solo una decina di metri, non mi rendevo conto di quanto fitte fossero le nuvole!! Divento subito leggero e felice; ritengo a quel punto di essermela cavata e di aver fatto il più. Poi sento anche i rumori degli impianti di sci, laggiù in fondo. Mi sembra di essere a casa. Al rifugio so che devo piegare a sinistra e lo faccio senza indugio tanta è la voglia di arrivare. Mi illudevo. Ora il pendio era vasto, lo ricordavo dalla salita; non avevamo fatto il sentiero che zig zag raggiunge il rifugio, ma eravamo saliti diritti. Ora però scendere diritto mi avrebbe potuto portare su di un versante diverso senza che me ne accorgessi. Maledette nuvole. Ero stanco, la voglia di arrivare e di non pensare più mi potevano far compiere un’errore che a quel punto sarebbe stata una beffa. Dovevo fermarmi, un panino, da bere, ripercorrere con la mente la discesa e accorgersi di essere fieri di se stessi. Per le decisioni prese lassù in cima e per il non facile raggiungimento del primo obiettivo: il rifugio.
Mi sono imposto ancora concentrazione e soprattutto una strategia. Venendo sulla cresta cercavo unicamente il rifugio e altro poteva essermi sfuggito, tipo delle orme che deviavano dalla cresta. Sono tornato indietro cercando, ora sulla destra, delle tracce di qualcuno che avesse imboccato la discesa. E si, anche questa decisione ha pagato; uno sguardo al rifugio di nuovo inghiottito dalle nuvole, un occhio alla bussola per garantirsi un ritorno e giù. Le tracce ci sono, continuano, il rumore sordo degli impianti non mi abbandona, il sentiero gira a destra con meno pendenza; ora dovrebbe girare a sinistra e se lo fa è proprio il sentiero che mi porterà a casa. La svolta a sinistra mi da la certezza che cercavo ed un si urlato alle nuvole mi scarica dalla tensione accumulata fin lì e libera la mia gioia. Ora solo una passo davanti all’altro senza più il rischio di perdersi. Senza più pensare, ce l’avevo fatta. E lentamente, gustando la vittoria, scendo e lascio le nuvole diradarsi dietro di me; ritorno a vedere e cavolo quanto è bello ritornare a vedere!
L’osservatorio, la funivia, l’albergo di Campo Imperatore, quello dell’esilio e della prigionia del Duce. Ero leggero. Una telefonata a Giorgio per scaricarli dalle preoccupazioni e abbandonarsi alla felicità e all’orgoglio di aver compiuto un simile gesto da solo. Loro sono ancora lontani e non c’è verso di far attendere l’ultima corsa della funivia. E’ questione di minuti; hanno già fatto un miracolo e non so se essere autorizzato a sperarne un altro. Ma avviene, per una manciata di minuti riescono ad arrivare in tempo per l’ultima corsa. Giorgio ancora con i ramponi ai piedi, Patrick con la bella leggerezza dei sui 27 anni ha già riposto tutto dietro le spalle. Siamo tutti a bordo, in discesa verso casa, nessuno si è fatto male, è stata una bella giornata.
E poi ovviamente si parla di ciò che è successo, ammettono che non dovevano lasciarmi andare da solo. Sono sinceri, li credo, li perdono e mi convinco che quelle sono le scelte di certi istanti in cui a decidere è la paura e la smania della vetta, e aggiungo ancora, l’invidiata incoscienza della giovane età.
Il ritorno è pieno di confidenze, di racconti, felicità e rimorsi, pieno di avvenimenti vissuti, di emozioni; siamo tutti consapevoli che è stata una bella giornata ma che ancora di più è stata importante.
Importante per ognuno in maniera diversa, per ciò che ci ha dato in sicurezze personali, in perlustrazioni solitarie dei nostri io, per ciò che è riuscita a segnare nelle nostre menti.
Siamo tutti e tre diversi, consapevoli che sarebbe dovuta essere una giornata diversa, vissuta interamente insieme fino alla vetta o nella rinuncia, siamo tutti e tre diversi dalle persone che sono salite la mattina. Ognuno ha avuto il suo.
Lassù, a pochi passi dalla vetta, dove ho detto di no, ho sfiorato il cielo; quaggiù, sia nella sicurezza della mia macchina che mi riportava a casa, che adesso , mentre scrivo il mio racconto a dieci giorni dall’avventura, il cielo sono riuscito a toccarlo davvero. Il tetto della mia consapevolezza di saper decidere, di saper soffrire per una scelta difficile ma logica.
Sarà difficile dimenticare questa giornata.
Le montagne! I monti!
Mi impressiona quanto di me ritrovo nell’idea di montagna.