La Storia dei Tre Sassi – Monte Autore, 1854 mt

Redazione 17/05/2025 Aggiornato: 27/08/2026 05:28 Letture: 415

È cominciata così, come iniziano certe camminate leggere, senza pretese. Una salita semplice, Monte Autore, 1854 metri sul livello del mare. Nulla di eroico. Eppure la montagna, anche la più mite, ha un dono crudele: ti svuota, ti osserva, ti costringe a scavarti dentro.

Mi sono messo tre sassi in tasca. Non erano miei, non mi servivano. Non parlavano. Non brillavano. Eppure c’erano. Sparsi sul sentiero come dimenticati da Dio. Se li lasciavo lì, non avrebbero mai visto la vetta. E allora li ho raccolti. Li ho messi in tasca. Tre sassi, tre ingombri, tre pesi. Un fardello in più rispetto a ciò che volevo fare io, ma mi sono detto che quei tre sassi meritavano di vedere la cima.

Salivo. Con i sassi  in tasca che urtavano le chiavi, che facevano volume, che spingevano contro la gamba. Mi davano fastidio. Avrei voluto litigarci. Non capivo perché fossero lì, perché invece di salire avessero scelto di rotolare giù, passivi. Eppure li portavo. Volontà propria, mi dicevo. Ma la verità è che loro aspettano. Aspettano che qualcuno li porti. È la loro natura. Sono fatti così.

E io… io volevo fargli un regalo. Sì, un regalo. Mostrargli la vetta, la bellezza. Fargli sentire la luce calda che filtra nella faggeta, quel verde nuovo delle foglie appena nate, il respiro della terra che si sveglia. E allora li ho portati. Non perché servisse. Non per me. Ma perché sono innamorato della vita, e pensavo che anche i sassi dovessero esserlo.

È così che succede: infondi la tua volontà nei sassi. E mentre loro si lasciano trasportare, tu ti dimentichi che sei tu a portare loro, non il contrario. Loro ti usano un attimo per smettere di rotolare, e tu… tu ti convinci di starli aiutando. Ma sei tu che li hai scelti, perché ami tutto: le vette, i faggi, l’alba, il silenzio.

E allora sì, parto. Non come un alpinista, ma come un uomo in cerca. Un’impresa piccola, una camminata da Roma verso il Monte Livata, senza levatacce eroiche. Niente cronometro, niente gloria. Solo io e quei tre sassi. Non importa l’impresa. Importa portare i sassi.

Eppure, qualcosa non torna. Perché proprio tre? Perché portarli? Non parlano. Non aiutano. Non servono. E forse è questo il punto. Il problema non è cosa io voglia per loro, ma cosa loro vogliano per sé. Io posso desiderare tutta la felicità del mondo per qualcuno, ma resta la mia felicità, non la loro.

Non posso chiedere a un sasso di diventare farfalla. Non posso forzare un muschio a volare. Devo accettare. Accettare che i sassi sono sassi, le margherite margherite, le viole viole. E che io… io sono altro. Un lupo, forse. O una lepre. Uno che corre, che cerca, che desidera. E in questa accettazione sento una nuova forma di maturità, ma anche una solitudine profonda.

Sì, mi sento solo. Come imprenditore, come uomo. La mia visione è mia, e basta. Non può diventare quella degli altri. Posso solo fare da esempio. Posso essere icona, non guida. E se qualcuno vorrà seguirmi, bene. Ma senza pretendere, senza insistere. L’amore per la vita non si impone.

Quei tre sassi sono solo tre sassi. Bellissimi, indispensabili nella montagna, ma non miei. Fanno parte del paesaggio, non del mio destino. E io faccio parte del loro, solo per un tratto. Poi loro torneranno a valle. Rotolando. Come devono fare.

E allora? Allora accetto. Salto sulla montagna con gioia. Perché la terra mi ha dato questo. Perché la vita è questo. Al massimo, potrò raccontarlo a qualcuno. Condividere. Forse. Forse qualcuno mi capirà. Qualcuno con cui la scintilla durerà più di un attimo. Ma la condivisione è una scintilla, non un fuoco eterno. Appare e scompare. E lascia spazio al freddo. Un freddo che non è triste, ma reale.

Questo è l’amaro della vita. Quel retrogusto che resta in bocca. La voglia di essere compresi, che ci accomuna, ma non ci unisce. E allora capisci che il lavoro più duro è imparare a comunicare senza pretendere, dare senza legarsi, offrire senza stringere.

Anche Ariasottile era nato per questo. Per trovare simili. Per raccontare l’amore per le cime. Ma anche i progetti finiscono. E anche questo bisogna accettarlo.

E quando arrivi in vetta, finalmente… ti svuoti le tasche. Li guardi. I tre sassi. E all’improvviso, in uno di loro, vedi te stesso.
Sì. Uno di quei sassi, sei tu.

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