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Monte Forcone e Monte Ninna

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Monte Forcone e Monte NinnaMai escursione fu tanto sofferta, quella al Monte Forcone, sofferta fisicamente e psicologicamente.  Segna indelebile, oggi più che mai, una linea di demarcazione fra due periodi ben distinti della mia esistenza.

Una linea forse sfocata, mistica come l'autunno precocemente nevoso, improvvisa come un fulmine a ciel sereno. La salita al Monte Forcone fu allora la mia “prima” escursioni che hanno segnato il mio ritorno alle grandi esperienze in solitaria.

Le escursioni in solitaria sono assai più difficili delle escursioni di gruppo, l'unico interlocutore possibile canticchiava nella mia testa un nenia africana sentita in un vecchio disco degli anni settanta. E canticchiava, il pazzo, canticchiava senza sosta per riempire il silenzio e la solitudine. Ero io quel pazzo... che avendo perso l'abitudine di dialogare con me stesso avevo da un qualche tempo preso a riecheggiare nella testa le note di qualche musica lontana.

Il percorso prevedeva di salire al Forcone, guadagnando la sua cima dal suo versante più ripido e probabilmente noioso per poi continuare fino al lontano Monte Della Corte. La salita inizia in prossimità della strada che da Opi conduce in direzione di Villetta Barrea.

Lungo la strada, non esistono aree di sosta particolarmente comode per lasciare l'auto. A malapena è possibile distinguere un palo di legno con le indicazioni escursionistiche. Lasciata l'auto si segue il sentiero segnato come F10 che sale per svolte continue fino ad un ampio pianoro di quota, un meraviglioso balcone che affaccia sulle cime più  inviolabili del Parco Nazionale d'Abruzzo Lazio e Molise: il Monte Petroso, il Balzo della Chiesa e il Capraro.

Il panorama suggerisce qualche bello scatto fotografico, le luci calde dell'autunno fanno il resto. D'altra parte sono alcune settimane che non ho più la giusta forma fisica, superati i primi trecento metri di dislivello accuso subito la stanchezza. Mi prendo il tempo per riposare quanto ne ho bisogno.

Il versante meridionale del Monte Forcone è piuttosto continuo e monotono, una pietraia di erbe secche esposta al vento e al sole rovente. Trascorro molte ore per salire poche centinaia di metri, preso da un affanno e un sudore incontrollabile.

Mi sposto verso oriente per muovermi lungo la linea destra del crinale che sale fra saltini e roccette un po' meno monotone.
In alto un gruppo di cervi si sta spostando andando istintivamente a cercare riparo nella boscosa area di riserva integrale che comprende il Monte Ninna e il Monte della Corte.

Procedo dritto fin quasi in vetta quando i primi segni di neve mi danno il benvenuto su una delle cime più desiderate degli ultimi anni.

Sono sofferente, porto dentro di me numerosi fardelli che non oso svelare a nessuno. C'è la vita reale fatta di problemi veri, a volte insormontabili, c'è la solitudine, la paura. E poi c'è quella brutta storia del mistero che parla di un oste e di folletti maligni.

“All'epoca dei fatti esisteva un rifugio in mezzo al bosco, mantenuto e gestito da un oste severo ed irrequieto. Alle prime foglie d'autunno il bosco cominciò a riempirsi di maligni folletti danzanti che presero a burlarsi dell'oste che pur essendo burbero e brontolone faceva di tutto per mantener pulito ed ordinato quel rifugio. Quando l'orco andava a dormire, in quei giorni di festa che solo l'Altissimo avrebbe illuminato col sole ancora, ancora e ancora, con quella santa promessa di far sorgere il sole oltre la collina... pochi ma fidati fungaioli raggiungevano il rifugio per un qualche leggiadro bicchier di vino. Ed il rifugio, in quei giorni di festa, diventava il giusto ristoro, il riposo e la serenità di tutte le fatiche.
Come in tutti gli inverni freddi l'oste barbuto scese a paese per svernare i mesi più freddi rammendando calzini di fronte al camino scoppiettante. I folletti, sbadati e caciaroni, approfittando dell'assenza dell'oste presero posto al rifugio, scombinando la disposizione di mobili, porte e finestre, cambiando la quadratura delle stanze, architettando passaggi segreti e spifferi di vento maligno. La notte sulla montagna si poteva osservare una strana luce provenire dal rifugio, qualcosa stava cambiando. L'oste già immaginava quale disastro stesse accadendo, ma l'inverno quell'anno durò più del dovuto ed il rifugio rimase in fine abbandonato a se stesso e alla boria distratta dei folletti dispettosi.”

Tutto questo, ed altre fiabe ancora più orrende, già mi portavo nello zaino insieme alla speranza che presto sarebbe tornata presto la primavera.
In cima il paesaggio lievemente imbiancato aveva assunto quel velo elegante e gioioso che solo la montagna in inverno può avere.

Dal Forcone potevo osservare le vicine Montagne delle Serra di Rocca Chiarano, il Monte Greco, e lontano le Montagne della Majella. La luce calda del Sole autunnale ed il cielo terso si combinavano in un tripudio di colori irripetibile.

In cima al Monte Forcone è difficile riconoscere il paesaggio delle cime circostanti del Marsiacno, del Monte Ninna e del Monte della Corte. Il territorio in quota è vastissimo, o almeno è vasto per un uomo stanco come ero io quell'autunno... stanco, già molto stanco, di dover salire a rifugio per scacciare i fastidiosi folletti, stanco di quadrare ogni volta le stanze, rimettere le finestre al posto loro, il mobilio e le altre importantissime suppellettili. Ero stanco, si come l'oste burbero che ogni notte s'alzava disperato per vedere che qualche sarcastico burlone scombianva tutto ad ogni suo passaggio...

Una deviazione dal Monte Forcone in direzione Nord-N-Est consente di raggiungere una piccola ma interessante cima minore del gruppo montuoso. Si tratta della quota 2161, una cimetta senza noma che si può raggiungere solo a prezzo di qualche piccolo passaggino di primo e secondo grado.

Domanda che sorge spontanea, non finirò mai di imparare su tutto questo, cosa diventa un passaggio di secondo grado con una inconsistente copertura di neve? La risposta più semplice che mi verrebbe da dare è: un passaggio di secondo grado su neve inconsistente. Ovvio. Una piccola rogna che si può superare con una piccola dose di sangue freddo e un paio di rampo portati ad-oc per l'occasione... quasi ad aver previsto l'imprevisto.

Si torna indietro, per passare nuovamente sulla cima del Forcone e dando fondo alle ultime forze guadagnare la cima del Monte Ninna. Stessa conformazione della quota 2161 ma più ampia e con un panorama assai più interessante.

Il Monte della Corte è lontano e le forze sono esaurite. Il tempo scarso, è ora di tornare a casa.
La discesa è anche più lunga e faticosa della salita. Solo il bosco ai piedi della montagna è un ristoro più grande e riposante della vanagloria di una conquista immeritata.

Le foglie degli alberi di quel colore che si riesce a vedere solo una volta all'anno contrastano nel cielo testo, sembrano un saluto, alla prossima escursione... ma il Monte Forcone, probabilmente non mi vedrà salire, ancora una volta da quel versante. E mai più portando, nello zaino, storie di orchi tenebrosi, lunghi inverni e folletti dispettosi...

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Scheda Tecnica dell'Escursione:

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