Comuni montani, la rivoluzione dopo 70 anni

Redazione 15/12/2025 Aggiornato: 25/08/2026 09:01 Letture: 179

Da oltre 4.000 a 2.800 comuni classificati come montani. La legge 131/2025 introduce criteri oggettivi basati su altitudine e pendenza, ma solleva polemiche per l'esclusione dei territori dalla decisione e il rischio di penalizzare l'Appennino rispetto alle Alpi.

Il 19 settembre 2025 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la legge 131/2025, che segna una svolta storica nella definizione di cosa significhi "montagna" in Italia. Dopo 73 anni dalla legge del 1952, il governo ha deciso di aggiornare radicalmente i criteri con cui un comune può essere classificato come montano, con conseguenze economiche e sociali profonde per migliaia di piccoli centri abitati.

Perché era necessaria una riforma

L'Italia è cambiata radicalmente negli ultimi settant'anni. Quando nel 1952 venne approvata la prima legge sulla montagna, l'isolamento di molti borghi era reale e drammatico: strade sterrate, assenza di elettricità in molte zone, comunicazioni difficoltose soprattutto nei mesi invernali. Oggi la situazione è profondamente diversa.

La viabilità ha fatto passi da gigante, con tunnel, viadotti e collegamenti che hanno ridotto drasticamente le distanze. L'elettrificazione è capillare, la telefonia mobile raggiunge anche le zone più remote, e la banda larga sta colmando il gap digitale. Il fondamento giuridico della vecchia normativa era dunque venuto meno.

Ma c'era anche un paradosso statistico evidente: con la vecchia classificazione, oltre il 55% dei comuni italiani risultava "montano", mentre solo il 35% del territorio nazionale è effettivamente montuoso. Comuni costieri come Taormina (240 metri sul livello del mare), Sanremo, e persino parti di Bologna e Roma accedevano ai fondi destinati alle terre alte.

I nuovi criteri: altitudine e pendenza

La legge 131/2025 introduce tre criteri alternativi, molto più rigidi. Un comune viene considerato montano se rispetta almeno uno di questi requisiti:

Primo criterio morfologico combinato: il 25% della superficie comunale deve trovarsi sopra i 600 metri di altitudine e, contemporaneamente, il 30% del territorio deve avere una pendenza uguale o superiore al 20%.

Secondo criterio altimetrico: il comune deve avere un'altitudine media superiore a 500 metri. Importante notare che si considera l'altitudine del centro abitato, non il punto più elevato del territorio comunale.

Terzo criterio di interclusione: prevede un'altitudine media più bassa per i comuni completamente circondati da altri comuni montani, evitando così paradossi territoriali.

Il decreto attuativo, che definirà nel dettaglio l'applicazione di questi criteri, dovrà essere emanato entro il 19 dicembre 2025, a 90 giorni dalla pubblicazione della legge.

L'impatto: 1.200 comuni esclusi

Le stime del ministro Roberto Calderoli parlano chiaro: si passerà da oltre 4.000 comuni classificati come montani a circa 2.800. Una riduzione di 1.200 comuni, pari al 30% del totale. Le conseguenze economiche sono significative, perché solo i comuni classificati come montani possono accedere al FOSMIT, il Fondo per lo Sviluppo delle Montagne Italiane.

I dati regionali sono emblematici. L'Emilia-Romagna perderebbe oltre il 40% dei suoi comuni montani. La Toscana passerebbe da 149 a 80 comuni, con una riduzione del 46%. Il solo Piemonte stima una perdita di finanziamenti pari a 10 milioni di euro, su un totale regionale di 23 milioni erogati nel 2025.

Cosa cambia rispetto al passato

La differenza rispetto alla normativa del 1994 è radicale. I vecchi parametri includevano sei criteri: quota altimetrica, pendenza media, superficie territoriale montana, ma anche – e questo è il punto cruciale – accessibilità e isolamento, condizioni socio-economiche, e tradizione storica e geografica.

La nuova legge elimina completamente questi ultimi tre criteri. Non si valuterà più quanto sia difficile raggiungere un borgo, soprattutto d'inverno. Non conteranno la densità di popolazione, lo spopolamento in corso, la disponibilità di servizi essenziali come ospedali o scuole, il livello di sviluppo economico. Nemmeno la composizione geologica e orografica del territorio comunale verrà considerata, se il centro abitato non raggiunge le soglie altimetriche richieste.

La controversia Alpi-Appennino

Qui emerge la critica più dura delle regioni e degli enti locali. Le Alpi, con le loro cime elevate e pendenze ripide, superano facilmente i nuovi criteri. L'Appennino, invece, ha caratteristiche diverse: altitudini più moderate (300-800 metri), pendenze più dolci, ma spesso un isolamento effettivo maggiore, con strade peggiori, inverni più rigidi in proporzione all'altitudine, e uno spopolamento più drammatico.

Non è un caso che l'annuncio dei nuovi criteri sia stato fatto il 12 dicembre 2025 proprio a Cortina d'Ampezzo, nel cuore delle Dolomiti, durante la Giornata Internazionale della Montagna. Per i critici, un messaggio politico chiaro: la riforma favorisce il Nord alpino.

"È una controriforma pensata per le Alpi contro l'Appennino", ha dichiarato Davide Baruffi, assessore regionale PD dell'Emilia-Romagna, parlando di "algoritmo truffaldino". La Regione Toscana, attraverso il presidente Eugenio Giani, ha definito "inaccettabili" i criteri proposti. Anche le sezioni ANCI di Marche, Umbria, Campania e Liguria hanno espresso forte contrarietà.

Il nodo democratico: chi decide per i territori

Ma forse la critica più profonda riguarda il metodo. Il processo decisionale ha coinvolto sei esperti designati dalla Conferenza Unificata, i dati del "Libro Bianco" sulla montagna, e alcune segnalazioni da Regioni, Province e Comuni. Tuttavia, i comuni direttamente interessati – quelli che rischiano di perdere la classificazione e i relativi fondi – non hanno avuto un processo di consultazione formale.

Nessuna audizione parlamentare specifica dei sindaci dei territori coinvolti. Nessun referendum consultivo o processo partecipativo dal basso. I comuni scoprono la decisione quando è già sostanzialmente presa, senza aver potuto argomentare le proprie specificità locali.

"Esprimo grande preoccupazione e sconcerto", ha dichiarato Emanuele Ferrari, presidente dell'UNCEM Emilia-Romagna (Unione dei Comuni, Enti e Comunità montane). "Le nostre richieste sono rimaste inascoltate", ha aggiunto Marco Bussone, presidente nazionale dell'UNCEM.

I tempi strettissimi – 90 giorni dalla pubblicazione della legge al decreto attuativo – rendono ancora più difficile qualsiasi forma di partecipazione effettiva. Per una riforma che impatta su 1.200 comuni e milioni di cittadini, molti sostengono che sarebbe stato necessario almeno un anno di consultazioni territoriali.

Le funzioni strategiche ignorate

C'è un aspetto che rischia di essere trascurato nel dibattito politico: i comuni montani non sono solo destinazioni turistiche pittoresche (pur con un giro d'affari di 15 miliardi di euro), ma svolgono funzioni strategiche per l'intera nazione.

Sono loro a fare monitoraggio orografico del territorio per la prevenzione di frane e dissesto idrogeologico. Sono le sentinelle delle piccole centrali idroelettriche sparse per la penisola. Si occupano della manutenzione delle strade di collegamento alternative, tenendo vie libere da neve e detriti, abbassando sensibilmente i costi di manutenzione di servizi anche per chi abita in pianura. Gestiscono boschi e pascoli, prevengono gli incendi, tutelano la biodiversità.

"Tutelare la montagna", ricordano gli amministratori locali, "significa anche salvaguardare l'economia di chi sta a valle nei grandi centri abitati". Senza presidi umani permanenti, questi territori diventano più fragili e pericolosi.

Il dramma dello spopolamento

Il Piemonte è un caso esemplare. La regione ha un tasso di natalità tra i più bassi d'Italia, classificandosi 12ª secondo l'ISTAT. Ma tra il 2014 e il 2020 ha perso, nei comuni con meno di 1.000 abitanti, fino al 7,2% dei residenti. La perdita dei finanziamenti rischia di accelerare ulteriormente questo processo, rendendo ancora più difficile mantenere servizi essenziali come scuole, ambulatori, uffici postali.

La struttura della nuova legge

La legge 131/2025 non si limita a ridefinire i criteri di classificazione. Si articola in sei capi che dovrebbero costituire un quadro organico per lo sviluppo delle montagne italiane.

Il Capo II istituisce una programmazione strategica con il FOSMIT e sistemi di monitoraggio. Il Capo III si occupa di servizi pubblici essenziali: sanità territoriale, presidi scolastici, tribunali, infrastrutture di comunicazione come banda larga. Il Capo IV riguarda la tutela del territorio, la valorizzazione di pascoli e boschi, la prevenzione del dissesto idrogeologico.

Il Capo V prevede misure per lo sviluppo economico: riconoscimento delle professioni di montagna, agevolazioni fiscali per giovani imprese, incentivi per il lavoro agile, agevolazioni per l'acquisto di abitazioni, incentivi alla natalità, e persino un registro dei terreni silenti (abbandonati) per facilitarne il recupero.

La legge prevede anche meccanismi di aggiornamento: un decreto DPCM annuale entro il 30 settembre, con efficacia dal 1° gennaio dell'anno successivo, e una revisione obbligatoria almeno ogni tre anni. In caso di fusioni o scissioni comunali, il comune risultante mantiene la classificazione solo se rispetta i nuovi criteri.

La difesa del governo

Il ministro Calderoli difende la riforma sostenendo che serve a "impedire di sprecare soldi pubblici su finte montagne". Gli esempi citati sono effettivamente anomali: Taormina sul mare, Sanremo nella Riviera ligure, quartieri di Bologna e Roma classificati montani per ragioni storiche ormai superate.

"È da oltre settant'anni che si aspettava un rinnovo complessivo e funzionale dei criteri", ha dichiarato Calderoli. "Questi indicatori sono frutto di una sintesi tra il lavoro degli esperti e i dati elaborati dal Libro Bianco, insieme alle diverse segnalazioni che abbiamo ricevuto in questi anni. Finalmente abbiamo principi chiari e oggettivi."

Il ministro ha anche respinto le critiche sostenendo che da settembre, quando la legge è stata pubblicata, hanno circolato "fake news" con elenchi di comuni esclusi che non erano mai stati redatti dal governo.

Una riforma necessaria ma controversa

La legge 131/2025 rappresenta indubbiamente un aggiornamento necessario. I cambiamenti infrastrutturali degli ultimi 70 anni sono innegabili, e l'esistenza di anomalie come Taormina o Sanremo tra i comuni montani era difficilmente sostenibile.

Tuttavia, il metodo solleva interrogativi profondi. Criteri puramente morfologici – altitudine e pendenza – possono davvero catturare la complessità della "montanità"? Un comune a 450 metri ma isolato d'inverno, con strade precarie e servizi carenti, non è forse più "montano" di uno a 550 metri ma ben collegato e servito?

L'assenza di partecipazione dei territori coinvolti nella definizione dei criteri rappresenta probabilmente l'errore più grave. Una riforma che impatta così pesantemente su migliaia di piccoli comuni avrebbe dovuto prevedere audizioni territoriali, possibilità di presentare memorie e dati locali, criteri flessibili per casi particolari, e soprattutto tempi congrui – non 90 giorni per rivoluzionare 70 anni di storia.

Il rischio è che una riforma giusta nel principio – aggiornare criteri obsoleti – produca ingiustizie territoriali nella pratica, accelerando lo spopolamento delle aree interne e compromettendo funzioni strategiche per l'intera nazione. Nei prossimi giorni, con l'emanazione del decreto attuativo, sapremo se il governo accoglierà le richieste di maggiore flessibilità o se procederà con l'applicazione rigida dei nuovi parametri.

Quello che è certo è che questa riforma segnerà il destino di migliaia di piccoli borghi italiani per i prossimi decenni. La speranza è che l'algoritmo, per quanto necessario, sappia riconoscere anche le sfumature che rendono la montagna italiana così unica e diversificata.