Una giornata tra neve, creste e rivelazioni — Gruppo del Velino-Sirente
Prima dell'alba
Sono le cinque del mattino e il mondo dorme ancora. Ma non noi. Io e Gabriele ci alziamo nel silenzio di una casa che trattiene il fiato, come se sapesse che sta per accadere qualcosa di importante. Una colazione rapida, poche parole, quel tipo di complicità che non ha bisogno di essere spiegata. Alle cinque e mezza siamo già in macchina, mentre le stelle ancora punteggiano il cielo sopra di noi.
È la seconda uscita in una settimana soltanto. C'è qualcosa che ci chiama, qualcosa che né io né lui sappiamo definire con precisione, ma che sentiamo entrambi con la stessa intensità. Questo sodalizio padre e figlio che abbiamo ritrovato — o forse costruito da zero — è diventato uno spazio sacro, un luogo dove ciascuno di noi ha trovato la propria dimensione.
Le luci dell'alba
Arriviamo a Campo Felice alle otto e un quarto. E lì, come ogni volta, accade la magia. Le luci dell'alba dipingono le montagne con colori che in città non esistono nemmeno. Sfumature di rosa e oro si posano sulle creste come carezze, e il Monte Cefalone si staglia davanti a noi, imponente e silenzioso. È una cima particolare, il Cefalone: estremamente evidente dal piano di Campo Felice, eppure stranamente poco frequentata. Come tutte le cime dell'Appennino, nasconde le sue sorprese per chi ha la pazienza di scoprirle.
Sull’altro lato di Campo Felice la mole del Monte Puzzillo, la Torricella e il Costone sono tutti innevati e la voglia di conquistarli comincia a salire come un forza ritrovata.
Attacchiamo la via su una strada sterrata che conosco bene — l'ho percorsa tante volte, ci ho portato molti amici. L'idea iniziale era di salire sul Monte Cagno, ma il suo versante meridionale è spoglio, privo di quella neve che cercavamo. Così lo sguardo si sposta, i piani cambiano come spesso accade in montagna, e decidiamo di puntare al versante settentrionale del Cefalone.
La neve croccante
La neve è perfetta: croccante e ben trasformata, il tipo di superficie che ti invita a indossare i ramponi e a giocare. Per Gabriele è già la seconda volta con quei ferri ai piedi, e c'è qualcosa di entusiasmante nel vederlo imparare — le fibbie, la posizione corretta, il ritmo del passo. È la parte giocosa della salita, quella dove l'apprendimento si mescola al divertimento, dove l'errore è solo un'occasione per ridere insieme.
Poi ci mettiamo di buona lena. Il versante innevato sale ripido verso Pizzo Bucci, una cima di 2.083 metri che non rientra nell'elenco ufficiale dei 2000 dell'Appennino — non è considerata una vetta a sé stante — ma che il CAI ha voluto dedicare a uno storico associato del Club Alpino Italiano. Da lassù, la vista si apre nitida sulla cresta che conduce al Monte Cefalone.
Poi all’improvviso l'epifania
È in quel momento, mentre Gabriele corre davanti a me verso la cima, che accade qualcosa di inaspettato. Un'epifania. Una forma di beatitudine e chiarezza mentale che mi coglie all'improvviso, come un raggio di sole che buca le nuvole.
Lo vedo accelerare, e capisco che non posso fare a meno di cedergli il passo.
Non è una sconfitta, tutt'altro. È il più naturale dei passaggi, il più giusto dei doni. Lui sta raccogliendo questa mia eredità — la passione per la montagna — e la sta facendo sua. E io non posso che commuovermi. Il fiato si rompe e i sighiozzi liberano le emozioni. Non c'è altra reazione possibile. Sono felice, profondamente felice, che lui abbia accolto questo amore per le vette e i sentieri.
Perché la montagna fa questo alle persone. È una terapia potente, silenziosa, che cura le ferite senza bisogno di parole. Rimette i problemi della vita nella giusta prospettiva, li ridimensiona, li fa apparire per quello che sono davvero: piccole cose rispetto all'immensità di un cielo, all'eternità di una roccia.
La discesa
Il rientro non segue la stessa via. Scendiamo verso la Fonte di Sette Acque, poi proseguiamo nel vallone omonimo, completamente ricoperto di neve. È una discesa piacevole, quasi giocosa, dove i passi affondano morbidi e il silenzio è rotto solo dal nostro respiro e dalle nostre risate. Poi la sterrata ci riporta al punto di partenza, chiudendo il cerchio di questa giornata.
Il mio fisico porta ancora i segni di un allenamento insufficiente — le anche protestano, infiammate come succede quando il corpo non è pronto — ma è un dolore che accetto volentieri. È il prezzo di questa bellezza, di questi momenti che non hanno prezzo.
Il coronamento
A coronare tutto, c'è il pranzo dal Mozzarellaro, il Caseificio di Lucoli che ogni volta ci accoglie con i suoi profumi irresistibili. Oggi salsicce nei panini, e una polenta fumante che scalda l'anima oltre che il corpo. È un momento di gioia semplice, di condivisione, di quella felicità che non ha bisogno di essere spiegata.
Torno a casa stanco ma pieno. Pieno di gratitudine, di emozioni, di quella pace che solo la montagna sa regalare.
Molto contento. E basta.
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