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Domenica 15 Febbraio 2004 A distanza di molti anni ricostruisco i ricordi di quella giornata. Ho distintamente chiare le sensazioni e le foto mi aiutano ancora di più a mettere insieme i pezzi di un puzzle non ancora andato distrutto. Sono ancora un dilettante e indosso un pantalone jeans e sopra un pantalone impermeabile della Salewa. Mi sento bagnato fradicio. Con il sole a picco cominciai a sentire piuttosto caldo. Rallentare il passo fu la conseguenza più ovvia. Rallentare era anche “il modo” che mi ero imposto. Uscire in montagna era il contesto giusto per immergermi nella meditazione. La fretta di realizzare un obiettivo non era contemplata. L'importante era lasciare che la vita mi scorresse nel corpo, lasciare che i pensieri fluissero nella mente, sospendere i giudizi di valore sulle cose del mondo e su me stesso. Forse in poche parole, semplicemente... vivere. Andavo allargando i miei orizzonti fisici, geografici, mentali. Un mondo più grande di quello che mi ero costruito nella virtualità della lettura. I libri sono un mondo meraviglioso, spunto di riflessioni e grandi suggerimenti ma... i libri sono pur sempre una gabbia metafisica nella quale ci immergiamo. Come è difficile far diventare realtà sogni e progetti, vite alternative anche solo immaginate. Al di la dei suggerimenti, delle idee, delle provocazioni, delle infinite possibilità proposte nei libri quello che troppo spesso rimane è solo carta stampata. Seguo con prudenza un andamento a “s” sfalsata evitando la crosta di ghiaccio e neve del pendio. Passo dopo passo mi ritrovo in vetta ai cantari. Il paesaggio è ineccepibile. Roccia, neve, cielo azzurro. Già solo questo panorama mi gratifica dell'alzata notturna. Magnifico. Indosso per la prima volta un paio di bei ramponi della Camp, anche se non ci sono pericoli ogettivi di caduta mi danno una grande sicurezza di presa sul ghiaccio scivoloso. Mi accompagna un lungo bastone di legno raccolto a Monte Scalambra. Lo uso, non come appoggio, ma come punto equilibrio. A momenti però mi trovo costretto a piantarlo nel pendio allargare più stabilmente la mia base d'appoggio. Davanti a me il famigerato Gendarme del Monte Viglio. Un dente di roccia che d'inverno si ricopre di neve e ghiaccio. Non sono riuscito a trovare informazioni sufficienti per capire come passare questo punto difficoltoso del percorso. Qualche guida parla di passaggi di primo grado. Ma la neve, lo sanno tutti, cambia le difficoltà di un passaggio e non posso farmi illusioni al riguardo. La neve poi, in questa stagione, è completamente ghiacciata e ottimamente trasformata. Proseguo per andare a vedere le condizioni del Gendarme. La cresta che conduce la Gendarme, all'epoca, mi pareva affilata e molto inclinata. La sensazione di caduta è fortemente acuita dalla neve ghiacciata sulla quale, in caso di caduta, sarebbe impossibile fermarsi. Ancor più difficile sarebbe fermarsi, certamente, con un bastone di faggio come il mio. Arrivo al gendarme e davanti mi si para un muro verticale di neve e roccia. Impossibile identificare una via di salita. Non certo una via per escursionisti. Questo è alpinismo e non si potrebbe affatto improvvisare. No! E invece improvviso. Un passo dopo l'altro, cauto mi tiro fuori dal Gendarme ma la situazione è ancora delicata. Torno ai cantari con passo lento, calibrando ogni singolo passo. E' durante il ritorno che capisco che mai più dovrò muovermi senza un piccozza. Capisco che sono stato uno stolto, uno sciocco, un escursionista improvvisato, il classico alpinista della domenica. Io che nel mio modo di fare anarchico non accetto mai da nessuno buoni consigli. Io che nel mio modo di essere schivo, ritroso e timido mi chiudo nel mio mondo fatto di pensieri e pochi fatti concreti. Capisco che un corso di Alpinismo serio, fatto con umiltà sarebbe l'ideale per imparare qualcosa. Ma questa è solo un'altra storia che non ho mai saputo scrivere. |
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